P. Volpi, Brevi riflessioni: l’Inno Il Natale di Alessandro Manzoni

P. Volpi, Brevi riflessioni: l’Inno Il Natale di Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni scrisse l’Inno Il Natale nell’estate del 1813. Come gli altri Inni Sacri, anche questo è stato inserito nella Liturgia ambrosiana delle ore. Con quest’Inno, non riuscito pienamente, secondo il poeta, si «incomincia a ricorrere la grande visione manzoniana della misericordia divina, che si china sull’umanità segnata dalla colpa e impotente a procurarsi da se stessa la salvezza, che solo può venire dalla pietà amica di Dio, da una virtude amica». Gli Inni manzoniani hanno come trama il Vangelo; attingendo dalla lettera di san Paolo ai Filippesi (4, 8) Manzoni scrive: «tutto quello che è vero, tutto quello che è puro, tutto quello che è giusto, tutto quello che è santo, tutto quello che rende amabili, tutto quello che fa buon nome, se qualche virtù, se qualche lode di disciplina, tutto è in quel libro divino». In una lettera a Diodata Saluzzo di Roero, il poeta fa ben capire che tutta la sua produzione letteraria non può che essere fondata sulla fede: «L’evidenza della religione cattolica riempie e domina il mio intelletto; io la vedo a capo e in fine di tutte le questioni morali; per tutto dove è invocata, per tutto donde è inclusa […]. Un tale convincimento deve trasparire naturalmente da tutti i miei scritti».

Lo schema dell’Inno è pensato su alcuni argomenti che, a loro volta, hanno come fonte maggiore il Vangelo di Luca: 1) la condizione dell’uomo dopo il peccato originale, con le componenti negative che ne sono derivate; 2) l’evento salvifico della nascita di Cristo in carne umana; 3) la previsione conclusiva dell’evento dell’Incarnazione di Cristo che un giorno si rivelerà a tutti i popoli.

Le stanze considerate sono l’undicesima, la quattordicesima e la sedicesima.

L’angel del ciel, agli uomini
Nunzio di tanta sorte,
Non de’ potenti volgesi
Alle vegliate porte;
Ma tra i pastor devoti,
Al duro mondo ignoti
Subito in luce appar,

Senza indugiar, cercarono
L’albergo poveretto
Que fortunati, e videro,
Siccome a lor fu detto,
Videro in panni avvolto,
In un presepe accolto,
Vagire il Re del Ciel.

Dormi o celeste: i popoli
Chi nato sia non sanno;
Ma il di verrà che nobile
Retaggio tuo saranno;
Che in quell’umil riposo,
Che nella polve ascoso,
Conosceranno il Re.

Nelle prima delle tre strofe siamo sicuri che il poeta è tra i pastori che ricevono l’annuncio ed è tra i pastori che vedono il bambino Gesù: «Se una cosa è certa, e che chi vede e giudica la scena non sono più i pastori, ma il poeta; tant’è vero che di qui in poi i pastori, vale a dire i testimoni umani, scompaiono, e lo scrittore si rivolge direttamente, lui poeta, al divino protagonista». Possiamo dire, quindi, che i pastori cedono il posto a Manzoni e con lui a tutta l’umanità gravata dal peccato originale.  …

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