«Sono da tanto tempo in mezzo a voi
e non mi conoscete? – dice il Signore –.
Filippo, chi vede me vede anche il Padre mio.
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?».
Alleluia, alleluia.
Cfr. Gv 14, 9-10
LETTURA
La testimonianza resa da Paolo davanti a Erode Agrippa.
SALMO
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe.
Scioglierò i miei voti
davanti ai suoi fedeli.
Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra. R/.
Davanti a te si prostreranno
tutte le famiglie dei popoli.
A lui solo si prostreranno
quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere. R/.
Io vivrò per lui,
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunceranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
«Ecco l’opera del Signore!». R/.
EPISTOLA
Vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto: è risorto ed è apparso.
CANTO AL VANGELO
VANGELO
Lo Spirito darà testimonianza di me e anche voi date testimonianza.
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto.
Non ve l’ho detto dal principio, perché ero con voi».
PREGHIERA DEI FEDELI
R/. Manda il tuo Spirito, Signore!
- Per la Chiesa, perché animata dallo Spirito della verità sappia vivere e annunciare, con coerenza, gli insegnamenti del suo Maestro e Signore: preghiamo. R.
- Per i catechisti e gli educatori, perché, rinnovando il proprio impegno a favore delle giovani generazioni, sappiano conformarsi sempre più a Cristo, divino seminatore della Parola che salva: preghiamo. R.
- Per noi, perché lo Spirito che ci è stato donato illumini i nostri passi nella ricerca della giustizia e nel rispetto della dignità di ogni persona: preghiamo. R.
COMMENTO AL VANGELO
GREGORIO MAGNO
Hom. in Ev., 26, 2-6
Lo Spirito Santo e la remissione dei peccati
Disse loro (Gesú): “La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Il che vuol dire: Come il Padre, che è Dio, ha mandato me, che sono Dio, cosí anch’io, in quanto uomo, mando voi, uomini. Il Padre ha inviato il Figlio allorché ha deciso che egli si incarnasse per la redenzione del genere umano. Il Padre ha voluto che il Figlio venisse a patire nel mondo tuttavia, pur inviandolo al patire, lo amava. Ora, anche il Figiio invia gli apostoli che si è scelto; li manda non alle gioie del mondo, bensí verso le sofferenze di ogni genere, cosí come egli stesso era stato inviato. Il Figlio è amato dal Padre e nondimeno è inviato alla Passione; i discepoli, del pari, sono amati da Cristo Signore, e nondimento vengono da lui mandati nel mondo a soffrire. Perciò è detto: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Come dire: Io vi amo con quella stessa carità con la quale sono amato dal Padre, anche se vi invio nel mondo a soffrire tanti patimenti, anche se vi mando in mezzo agli scandali dei persecutori.
Per altro, la formula “essere inviato” può anche essere intesa in rapporto alla natura divina. É detto, in effetti, che il Figlio è mandato dal Padre, in quanto è da lui generato. E di ciò è prova il fatto che anche dello Spirito Santo, uguale in tutto al Padre e al Figlio, e che tuttavia non si è mai incarnato, è detto che è stato inviato dal Figlio, nel passo di Giovanni: “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre” (Gv 15,26). Se però l’essere inviato fosse sinonimo semplicemente di incarnarsi, in nessun modo si potrebbe dire che lo Spirito Santo è stato mandato, perché mai si è incarnato. Invece la sua missione [dello Spirito Santo] è la sua stessa processione, per la quale egli procede dal Padre e dal Figlio Per cui, come è detto che lo Spirito Santo è mandato, in quanto procede, cosí è conseguente affermare che il Figlio è mandato in quanto è generato.
“Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). É il caso ora di chiederci perché mai il Signore donò due volte lo Spirito Santo: una, mentre era sulla terra, un’altra, quando già era salito al cielo. In nessun altro passo, oltre questo (cf. At 2,4ss), è detto che lo Spirito Santo sia stato dato altre volte, ovvero: la prima, nella circostanza attuale, allorché Gesú ha soffiato sui discepoli, l’altra, piú tardi, quando fu mandato dal cielo e si mostrò sotto forma di lingue diverse.
Perché allora esso viene dato prima ai discepoli in terra, e poi è mandato dal cielo, se non perché due sono i precetti della carità, ovvero l’amore di Dio e del prossimo? In terra, viene dato lo Spirito perché il prossimo sia amato; lo stesso Spirito ci è poi dato dal cielo, perché sia Dio ad essere amato. E come vi è una sola carità, ma due sono i precetti, cosí c’è un solo Spirito, ma due sono le sue effusioni. La prima proviene dal Signore Gesù ancora sulla terra; la seconda, dal cielo, per ammonirci che nell’amore del prossimo si apprende come si pervenga all’amore di Dio. Ecco perché lo stesso Giovanni dice: “Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede?” (1Gv 4,20). Già in precedenza, lo Spirito Santo era presente nelle menti dei discepoli, in virtù della fede. Però fu dato loro in modo manifesto, solo dopo la Risurrezione…
“A chi rimetterete i peccati, saranno loro rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,23). Mi piace osservare a quale vertice di gloria siano tratti quegli stessi discepoli che erano stati invitati a caricarsi un immeso fardello di umiltà. Eccoli, infatti, non solo sicuri di sé, ma con la potestà di legare e sciogliere gli altrui legami. Hanno il potere di esercitare il giudizio supremo, sí da potere, al posto di Dio, ad uno ritenere le colpe e ad un altro rimetterle. Era conveniente che cosí venissero da Dio esaltati coloro che per lui avevano accettato di umiliarsi tanto! Ed ecco che quelli che piú temono il ferreo giudizio di Dio, sono promossi a giudici delle anime; condannano e liberano altri, quelli stessi che avevan timore di essere condannati.
Adesso, il luogo che essi (gli apostoli) ebbero nella Chiesa è preso dai vescovi, che ricevono la potestà di legare e sciogliere insieme al compito di governare. Il che è certamente un grande onore, ma è altresí un grave peso. É però cosa contraddittoria che diventi giudice della vita altrui chi non sa tenere le redini della propria. Eppure non raramente accade che ricopra il ruolo di giudice uno la cui esistenza non collima con il posto che occupa. Per cui, capita spesso che egli condanna chi non lo merita, o che sciolga altri allorché è lui stesso legato. Non è infrequente il fatto che, nel legare o sciogliere i propri sudditi, il vescovo, segua piú gli impulsi del proprio arbitrio che il valore delle prove. In tal modo, si priva della potestà di sciogliere e di legare, poiché la esercita secondo il proprio capriccio e non secondo i meriti dei sudditi. Spesso capita anche che il pastore agisca, nei riguardi del prossimo, mosso da avversione o da simpatia. Non può serenamente giudicare i sudditi, chi, nelle cause dei sudditi, si lascia guidare da antipatia o da simpatia. Ha ragione il profeta a dire: “Fate vivere chi deve perire e fate morire chi deve vivere” (Ez 13,19). Chi condanna un giusto, condanna a morte uno che non può morire; si sforza, invece, di far vivere uno che non può rivivere, chi cerca di assolvere un reo dalla sua pena.
Bisogna quindi ripensare le motivazioni, poi esercitare la potestà di sciogliere e di legare. Occorre far riferimento alla colpa commessa; vedere quale penitenza sia susseguita alla colpa, perché la sentenza del pastore assolva quelli che già il Signore ha visitato con la grazia del pentimento. Solo allora è valida l’assoluzione data dal presidente (vescovo), poiché si adegua al giudizio del giudice interiore. Tutto ciò è ben adombrato nella risurrezione di quel morto da quattro giorni (Lazzaro). Dapprima, il Signore lo ha chiamato e rianimato, dicendo: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,43); poi, quando il morto risuscitato venne fuori, i discepoli del Signore lo sciolsero, come sta scritto: “Essendo quello uscito, cosí legato con i lacci, Gesú disse ai discepoli: Scioglietelo e lasciatelo andare!” (Gv 11,45). Ecco: I discepoli sciolgono quando è vivo colui che il Maestro aveva richiamato da morte. Se avessero sciolto Lazzaro quando ancora era morto avrebbero messo in mostra la corruzione, non la virtù (del Signore).
Da questa considerazione discende che noi dobbiamo assolvere, usando la nostra autorità pastorale, solo coloro che il nostro autore ha vivificati con la grazia della risurrezione. E se tale opera di rinnovamento sia o no presente al momento della nostra sentenza, possiamo saperlo nella confessione dei peccati. Ecco perché a Lazzaro non viene detto soltanto: “Risuscita!”, ma anzitutto: “Vieni fuori!” Finché un peccatore, chiunque esso sia, cela nell’intimo della propria coscienza la colpa commessa, egli sta chiuso in sé, si nasconde nel segreto; quando invece confessa liberamente le sue iniquità, allora il morto viene fuori. Quando, perciò, vien detto a Lazzaro: “Vieni fuori!”, è come se si dicesse a chiunque è morto nel peccato: Perché celi la colpa nel segreto della tua coscienza? Vieni fuori, con una buona confessione, tu che, con la tua ritrosia, te ne stai chiuso in te stesso! Che il morto venga fuori, ovvero: Che il peccatore confessi la sua colpa! A colui che viene fuori risuscitato, i discepoli, poi, dovranno sciogliere i lacci. In altre parole, i pastori della Chiesa debbono cancellare la pena meritata da colui che non ha avuto vergogna a confessare l’iniquità commessa.
Ho voluto dire queste cose succintamente, in ordine alla potestà di sciogliere e legare, perché i pastori della Chiesa si sforzino di esercitarla con diligenza e moderazione.
Qualunque sia poi il modo in cui il pastore impone, giusta o meno che sia la sua sentenza, essa deve essere sempre accettata dal gregge, perché non capiti che un suddito, pur ingiustamente obbligato, meriti per diversa colpa il giudizio di condanna. Abbia dunque il pastore il sacro timore di legare e sciogliere ingiustamente; ma che il suddito, sottoposto alla potestà da pastore, tema la condanna, anche se ingiusta. E non impugni temerariamente il giudizio del suo pastore, perché, pur condannato ingiustamente, non si macchi, lui innocente, di una reale colpa, per la superbia con cui risponde.
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