V DI QUARESIMA – DOMENICA DI LAZZARO

Ricordati, Signore, del tuo patto
perché la terra non sia desolata.
Ascolta, Signore, la voce dei tuoi servi
e non lasciarci perire.


LETTURA
Dt 6, 4a; 26, 5-11


SALMO RESPONSORIALE
R/. Lodate il Signore, invocate il suo nome.

Sal 104 (105)

EPISTOLA
Rm 1, 18-23

VANGELO
Gv 11, 1-53

COMMENTO AL VANGELO

S. AGOSTINO
Dal Commento al Vangelo di San Giovanni 49,15-18

La fede è l’anima dell’anima.

Chi crede in me anche se è morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno (Gv 11, 25-26). Che vuol dire questo? Chi crede in me, anche se è morto come è morto Lazzaro, vivrà, perché egli non è Dio dei morti ma dei viventi. Così rispose ai Giudei, riferendosi ai patriarchi morti da tanto tempo, cioè ad Abramo, Isacco e Giacobbe: Io sono il Dio di Abramo, il Dio d’lsacco e il Dio di Giacobbe; non sono Dio dei morti ma dei viventi: essi infatti sono tutti vivi (Mt 22, 32; Lc 20, 37-38). Credi dunque, e anche se sei morto, vivrai; se non credi, sei morto anche se vivi. Proviamolo. Ad un tale che indugiava a seguirlo e diceva: Permettimi prima di andare a seppellire mio padre, il Signore rispose: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu vieni e seguimi (Mt 8, 21-22). Vi era là un morto da seppellire, e vi erano dei morti intenti a seppellirlo: questi era morto nel corpo, quelli nell’anima. Quando è che muore l’anima? Quando manca la fede. Quando è che muore il corpo? Quando viene a mancare l’anima. La fede è l’anima della tua anima. Chi crede in me – egli dice – anche se è morto nel corpo, vivrà nell’anima, finché anche il corpo risorgerà per non più morire. Cioè: chi crede in me, anche se morirà vivrà. E chiunque vive nel corpo e crede in me, anche se temporaneamente muore per la morte del corpo, non morirà in eterno per la vita dello spirito e per la immortalità della risurrezione. Questo è il senso delle sue parole: E chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Lo credi tu? – domanda Gesù a Marta -; Ed essa risponde: Sì, Signore, io ho creduto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che sei venuto in questo mondo (Gv 11, 26-27). E credendo questo, ho con ciò creduto che tu sei la risurrezione, che tu sei la vita; ho creduto che chi crede in te, anche se muore, vivrà, e che chi vive e crede in te, non morirà in eterno.

Detto questo, andò a chiamare Maria, sua sorella, dicendole in silenzio: IL maestro è qui e ti chiama (Gv 11, 28). E’ da notare che “in silenzio” significa sottovoce: come infatti avrebbe potuto dire, rimanendo in silenzio: IL maestro è qui e ti chiama? E’ da notare altresì che l’evangelista non ha detto né dove né come né quando il Signore aveva chiamato Maria: per amore di brevità preferisce farcelo sapere solo attraverso le parole di Marta.

Ella, udito questo, si alza in fretta e va da lui. Gesù, però, non era ancora entrato nel villaggio, ma stava sempre nel luogo dove gli era venuta incontro Marta. I Giudei che erano in casa con lei a consolarla, al vedere Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando che sarebbe andata al sepolcro a piangere (Gv 11, 29-31). Perché l’evangelista si preoccupa di raccontarci questo particolare? Per informarci della circostanza che aveva raccolto tanta gente, quando Lazzaro fu risuscitato. I Giudei, pensando che Maria corresse al sepolcro per cercare nelle lacrime sollievo al suo dolore, la seguirono, e così il grande miracolo della risurrezione di uno che era morto da quattro giorni ebbe moltissimi testimoni.

Maria, giunta al luogo dov’era Gesù, al vederlo gli si gettò ai piedi ed esclamò: Signore, se fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Gesù, vedendola piangere, e con lei piangere i Giudei che l’accompagnavano, fremette nello spirito, si turbò e disse: Dove l’avete deposto? (Gv 11, 32-34). Non so cosa abbia voluto indicarci il Signore con questo fremito e con questo suo turbamento. Chi poteva turbarlo, se non era lui a turbare se stesso? Perciò, fratelli miei, tenete ben presente la sua potenza prima di cercare il significato del suo turbamento. Tu puoi essere turbato senza volerlo; Cristo invece si turbò perché volle. E’ vero che Gesù ha sentito la fame, è vero che si è rattristato ed è altrettanto vero che è morto; ma tutto questo perché l’ha voluto lui: era in suo potere soffrire questo o altro o non soffrire affatto. Il Verbo ha assunto l’anima, ma anche la carne, armonizzando, nell’unità della sua persona, la natura dell’uomo tutto intero. La luce del Verbo, è vero, illuminò l’anima di Pietro e l’anima di Paolo, illuminò le anime degli altri apostoli e dei santi profeti; di nessuna però si poté dire: Il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 14); di nessuna si può dire: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 20, 30). L’anima e la carne di Cristo formano col Verbo di Dio una sola persona, un solo Cristo. C’è in lui la massima potenza, e perciò la debolezza umana obbediva in tutto alla sua volontà. Ecco il senso dell’espressione: egli si turbò.

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