ULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

ULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

LETTURA
Ti riprenderò con immenso amore, dice il Signore che ti usa misericordia.
Isaia 54, 5-10

SALMO
Sal 129 (130)

EPISTOLA
Non disprezzare il tuo fratello. Cristo è Signore dei morti e dei vivi.
Romani 14, 9-13

CANTO AL VANGELO
(Cfr Ez 18, 31)

VANGELO
Il pubblicano e il fariseo.
Luca 18, 9-14

PREGHIERA DEI FEDELI
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COMMENTO AL VANGELO

GREGORIO PALAMAS
Dai “Discorsi”

Il fariseo e il pubblicano non divergono soltanto per la morale e i costumi, estremamente opposti, ma persino per il modo con cui. pregano. C’è infatti una duplice maniera di pregare, perché non esiste soltanto la supplica ma anche il rendimento di grazie. Sicché l’uno dei due uomini che salirono al tempio vi si presentò per glorificare e render grazie a Dio di tutti i doni che aveva ricevuto da lui; l’altro per chiedere quanto ancora non aveva ottenuto – ed ognuno di noi ad ogni ora se ne trova terribilmente mancante, perché si tratta del perdono delle nostre colpe. Promettere di far qualcosa per onorare Dio non si chiama preghiera, ma voto; ce lo insegna la Scrittura quando dice: Fate voti al Signore vostro Dio e adempiteli, Sal 75,12 e anche: E’ meglio non far voti che farli e poi non mantenerli. Qo 5, 4. Però questa duplice forma di preghiera ha anche un doppio inconveniente che non va sottovalutato: pregare e supplicare per il perdono delle colpe è reso efficace dalla fede e dalla speranza congiunte all’assenza di male; invece la disperazione e l’indurimento del cuore lo rendono vano. D’altra parte il rendimento di grazie per i doni divini diventa accetto al Signore se associato all’umiltà e all’atteggiamento di non sprezzare chi non li possiede. Invece non val nulla quel ringraziamento al Signore fatto da chi si gonfia per i doni ricevuti come se fossero il prodotto della propria attività o del proprio sapere, e da Chi condanna quanti ne sono privi.

Devastato da questi due mali, il fariseo si condanna con le sue stesse parole: infatti è salito al tempio per render grazie, non per chiedere: da stolto, ha sciorinato un miserabile ringraziamento intessuto di compiacimento di sé e di condanna sugli altri. Il vangelo parla chiaro: Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri. Il fatto di starsene ben ritto non manifesta certo la sottomissione del servo, ma un orgoglio sfrontato. Proprio l’opposto dell’altro che non osa alzare gli occhi al cielo per umiltà. E notiamo la sottolineatura finissima del testo: il fariseo è detto pregare tra sé; difatti non si elevava verso Dio, anche se la sua preghiera non rimase ignorata da Colui che siede sui cherubini e scruta il fondo degli abissi. Gv 3,13. Dicendo: ti rendo grazie, la sua preghiera non soggiunge: perché hai pietà di me per pura gratuità, dato che sono un povero fragile uomo e tu mi hai strappato dalle insidie del maligno. Fratelli, è arduo all’anima finita nelle grinfie dell’avversario e irretita nelle maglie del peccato avere la forza di sfuggire a tale morsa diabolica grazie alla penitenza.

Una provvidenza più potente dei nostri mezzucci regola la nostra vita. Talvolta con un minimo di sforzo o anche senza nessun apporto da parte nostra dimoriamo in Dio, dominando mali numerosi e gravi. Siamo stati miracolosamente liberati proprio a motivo della nostra debolezza; e dobbiamo ringraziare per un tal dono, umiliarci davanti al benefattore, non esaltarci. Il fariseo non ringraziò perché aveva ottenuto benefici, ma perché non era come il resto della gente. Stimava fosse merito suo non essere né ladro né adultero né ingiusto, anche se effettivamente non lo era. Non era merito suo, perché non si ingeniava di badare a sé né ad acquisire la virtù; invece puntava lo sguardo sugli altri e da insipiente li disprezzava, lui il solo onesto e saggio ai propri occhi. Gli si sarebbe potuto dire: Se tutti gli uomini, fuorché te sono ingiusti e briganti, dove sarebbe la pretesa vittima del furto e dell’ingiustizia?

E veniamo al pubblicano. Prima questi commette il male appropriandosi i beni altrui, poi cambia rotta; non è che si creda giusto, però diventa giusto. Invece il fariseo, benché non si impossessi di nulla a spese del prossimo, si crede giusto e resta condannato. Ma quale sarà mai la fine di coloro che non rinunciano ad afferrare le cose altrui, eppure sudano per comparire gente per bene? Non ne parliamo, dato che il Signore non sa che farsene di discorsi inutili. E sono parole vane quando le nostre preghiere fioriscono di espressioni di umiltà, tanto da farci credere d’aver conseguito la giustificazione del pubblicano: ma la realtà vera è ben diversa. Notiamolo: il pubblicano dileggiato dal fariseo, secondo le apparenze, anche dopo il perdono di Dio, si stima un peccatore e continua a condannarsi. Tant’è che non solo non ribatte nulla all’altro che lo accusa, ma rimane convinto di essere un poco dì buono, come appunto l’altro asserisce. Quando dunque divorzi dalla tua cattiveria e quando non rispondi una parola a chi deride i tuoi limiti, ma condanni te stesso e ti affidi unicamente alla misericordia di Dio, ricorrendo a lui con una preghiera bagnata di compunzione, sappilo bene: sei salvato, quasi tu fossi un secondo pubblicano.

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