Mettiamo a disposizione dei nostri lettori la traduzione di un testo di Merton, un suo commento all’opera di Ionesco Il rinoceronte… e un breve stralcio tratto dal Diario di un testimone colpevole.
In questi due testi emergono due aspetti apparentemente contrari: l’amore al mondo in cui risplende la presenza di Cristo, e la libertà dalla corrente mondana, dal non umanesimo della società tecnologica, che allontana da Cristo.
Lasciatemelo dire prima che la pioggia diventi un “affare” che “loro” possano pianificare e distribuire per denaro. Con “loro” intendo le persone che non riescono a capire che la pioggia è una festa, che non apprezzano la sua gratuità, che pensano che ciò che non ha prezzo non ha valore, che ciò che non può essere venduto non è reale, così che l’unico modo di rendere qualcosa ‘esistente’ è metterlo sul mercato. Verrà il tempo in cui vi venderanno anche la pioggia. Al momento è ancora libera, e io ci sono dentro. Celebro la sua gratuità e la sua mancanza di significato (n.b. nel senso di scopo/utilità immediato) .
La pioggia entro cui mi trovo non è come la pioggia delle città. Riempie i boschi con un suono immenso e confuso. Copre il tetto piatto della capanna e il suo portico con ritmi incoerenti e controllati. E ascolto, perché mi ricorda ripetutamente che il mondo intero scorre per ritmi che non ho ancora imparato a riconoscere, ritmi che non sono quelli dell’ingegneria.
Sono venuto qui dal monastero la scorsa notte, sgusciando tra il campo di granoturco, ho detto Vespri, e ho messo un po’ di farina d’avena sulla stufa Coleman per la cena. È bollita mentre stavo ascoltando la pioggia e tostando un pezzo di pane al fuoco di legna. La notte si fece molto buia. La pioggia circondava l’intera capanna con il suo enorme mito verginale, un intero mondo di significati, di segretezza, di silenzio, di voci. Pensa: tutto quel discorso che si riversa giù, non vendendo nulla, non giudicando nessuno, inzuppando la spessa pacciamatura di foglie morte, bagnando gli alberi, riempiendo d’acqua i fossati e le fessure del bosco, dilavando i posti dove gli uomini hanno spogliato la collina! Che cosa meravigliosa ( o che bella cosa) è sedersi assolutamente solo, nella foresta, di notte, amato da questo meraviglioso, incomprensibile, perfettamente innocente discorso, il discorso più confortante del mondo, il discorso che la pioggia sola fa su tutte i crinali, e il parlare dei corsi d’acqua che si riversa ovunque nelle cavità! Nessuno l’ha iniziato, nessuno lo fermerà. Parlerà finché lo vorrà, questa pioggia. Finché parlerà, ascolterò. Ma andrò anche a dormire, perché qui in questo deserto ho imparato di nuovo a dormire.
Qui non sono uno straniero. Conosco gli alberi, conosco la notte, conosco la pioggia. Chiudo gli occhi e sprofondo in tutto il mondo piovoso di cui faccio parte, e il mondo continua con me che vi sono dentro, perché non ne sono estraneo. Sono estraneo ai rumori delle città, delle persone, alla brama delle macchine che non dormono, al ronzio del potere che divora la notte.
Dove la pioggia, la luce del sole e le tenebre sono contorte, non riesco a dormire. Non mi fido di nulla che sia stato fabbricato per sostituire il clima dei boschi o delle praterie. Non posso avere fiducia in luoghi in cui l’aria viene prima sporcata e poi pulita, dove l’acqua viene prima resa mortale e poi resa sicura con altri veleni. Non c’è niente nel mondo degli edifici che non è fabbricato, e se un albero entra per sbaglio in un condominio gli viene insegnato a crescere chimicamente. Gli viene data una ragione precisa per esistere. Si mette un cartello che avverte che l’albero serve alla salute, la bellezza, la prospettiva; che è per la pace, per la prosperità; che è stato piantato dalla figlia del sindaco. Tutto ciò è mistificazione. La città stessa vive del suo mito. Invece di svegliarsi ed esistere silenziosamente, la gente di città preferisce un sogno ostinato e fabbricato; a loro non importa essere parte della notte o essere semplicemente al mondo. Hanno costruito un mondo fuori dal mondo, contro il mondo, un mondo di finzioni meccaniche che disprezza la natura e cerca solo di usarla, impedendole così di rinnovare se stessa e l’uomo.
Ovviamente la festa della pioggia non può essere fermata, nemmeno in città. La donna uscendo dalla gastronomia (salumeria) corre lungo il marciapiede con un giornale sopra la testa. Le strade, improvvisamente lavate, diventano trasparenti e vive, e il rumore del traffico si trasforma in un gioco di fontane. Si potrebbe pensare che il cittadino colto da un temporale si renda improvvisamente conto della natura nella sua umidità e freschezza, nel suo battesimo e nel suo rinnovamento. Ma la pioggia non porta alcun rinnovamento alla città, al tempo di domani, e il luccichio delle finestre negli edifici alti non avrà quindi nulla a che fare con il nuovo cielo. Tutta la “realtà” rimarrà da qualche parte all’interno di quei muri, contando se stessa e mettendosi in vendita con una determinazione straordinariamente complessa. Nel frattempo i cittadini ossessionati si affrettano (avventurano) nella la pioggia gravati delle loro ossessioni, leggermente più vulnerabili di prima, ma sempre a malapena consapevoli delle realtà esterne. Non vedono che le strade brillano meravigliosamente, non si accorgono di camminare su stelle e acqua, corrono nei cieli per prendere un autobus o un taxi, e rifugiarsi nel pigia pigia di esseri umani irritati, da volti in cartelloni pubblicitari e dal suono fioco e idiota di musica non identificata. Ma devono pur sapere che c’è umidità fuori. Forse lo sentono perfino. Non posso dirlo. Le loro lamentele sono meccaniche e senza spirito. Naturalmente nessuno può credere alle cose che dicono sulla pioggia. Il che sottintende una menzogna di fondo: solo la città è reale. (segue)
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