Pubblicato sul Timone n° 157 Novembre 2016
Un testo di Guglielmo di Saint-Thierry è uno dei documenti più alti della storia del monachesimo occidentale. Descrive l’itinerario che dal desiderio di Dio porta alla piena comunione con Lui
La Lettera ai fratelli del Monte di Dio, divenuta famosa come Lettera d’oro, è di poco tempo posteriore a un soggiorno che Guglielmo fece, nel 1144, presso la Certosa fondata dal benedettino Oddone sul monte Bozon – il Monte di Dio – non lontano da Reims, nel territorio delle Ardenne francesi. Nella missiva l’autore esprime viva gratitudine nei confronti dei monaci per il bell’esempio di vita evangelica da loro offerto, ed esalta i valori della riforma spirituale e monastica per la quale essi si battevano. Guglielmo manifesta una grande ammirazione per la forma di vita spirituale ed eremitica condotta dai certosini del Monte di Dio: ai suoi occhi la loro esistenza ascetica, caratterizzata da solitudine e povertà, rappresenta una “santa novità” nel panorama della Chiesa del tempo e si presenta intrisa di spirito autenticamente evangelico, quello spirito che, come sottolinea Guglielmo, contraddistinse le straordinarie esperienze del monachesimo delle origini.
Mistica cella e lavoro manuale
In questo contesto l’autore esalta quella che è stata definita la “mistica della cella”: la stanza del monaco non è una prigione, ma un luogo di pace perfetta ove egli gode pienamente di Dio, si pente dei propri peccati e cerca di correggere i suoi difetti. Con una certa spregiudicatezza linguistica, Guglielmo stabilisce un nesso fra le parole “cella”, “cielo” e “celare”: nella cella si rimane celati per salire più facilmente al cielo.
Il grande monaco è particolarmente e positivamente attratto dalla riscoperta del deserto operata dai certosini (la parola greca èremos e il termine tardo latino eremus significano proprio «deserto»): quello desertico diviene il luogo per eccellenza della santificazione e dell’incontro con Dio.
Tuttavia il tempo trascorso dentro la cella non è tutto: si impone la necessità del lavoro, autentico nemico dell’ozio che tanti mali causa allo spirito.
Tra le diverse occupazioni, Guglielmo consiglia quella del contadino: il lavoro dei campi richiede grande fatica e in virtù di questo favorisce la contrizione e l’umiliazione del cuore, terreno adatto alla nascita di sinceri sentimenti di devozione. Si tratta di una condizione che assomiglia a quella prodotta dai digiuni e dalle veglie e, più in generale, da tutte le situazioni in cui viene patita una qualche sofferenza fisica. Guglielmo si preoccupa di chiarire che il lavoro manuale non deve essere mai fine a se stesso: lo scopo per il quale il monaco si dedica a esso è quello di ricondurre i sensi sotto il dominio dello spirito, in modo che la carne non sia più riottosa a seguire la retta strada del bene e della virtù. Scrive a questo proposito Guglielmo: «Un pane di segala e dell’acqua semplice, cavoli o legumi senza condimento: che gusto si può trovare in tutto questo? Eppure, nell’amore di Cristo e con il desiderio della gioia interiore, quanto è gustoso poter soddisfare in questo modo, e non senza piacere, uno stomaco ben avvezzo alla temperanza!» (par. 89).
Dopo aver tracciato le linee essenziali della figura del monaco e del suo stile di vita, Guglielmo pone la questione relativa all’ammissione dei postulanti: in base a quali criteri si dovrà accettare la richiesta di entrare in monastero avanzata da qualche giovane? Per rispondere a questa domanda Guglielmo non cerca scorciatoie e pone in primo piano i valori fondamentali della semplicità, dell’austerità e della povertà che i Certosini e i Cistercensi ritenevano non adeguatamente praticati dai Cluniacensi.
Sulla base di tali convinzioni, Guglielmo detta pure alcune regole pratiche affinché gli ambienti in cui vive il monaco siano improntati alla massima sobrietà. Non bisogna tuttavia dimenticare che lo scopo perseguito dall’autore della Lettera non è quello di indicare norme e regole: a lui sta a cuore soprattutto la dimensione dell’interiorità e per tale ragione gran parte dell’epistola privilegia le questioni teologiche, spirituali ed etiche. [segue]
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