PRIMA LETTURA
Uno nato da te sarà tuo erede.
SALMO RESPONSORIALE
R. Il Signore è fedele al suo patto.
SECONDA LETTURA
La fede di Abramo, di Sara e di Isacco.
CANTO AL VANGELO
VANGELO
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, (Maria e Giuseppe) portarono il bambino (Gesù) a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
Il bambino cresceva, pieno di sapienza.
PREGHIERA DEI FEDELI
COMMENTO PATRISTICO
ORIGENE
In Evang. Luc., 15, 1-5
Simeone è mosso dallo Spirito
Dobbiamo cercare un motivo degno del dono di Dio per spiegare come “Simeone, uomo santo e gradito a Dio”, – così è scritto nel Vangelo, – “aspettando la consolazione di Israele, ottenne dallo Spirito Santo l’assicurazione che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore” (Lc 2,25-26). Che gli giovò vedere Cristo? Gli fu forse soltanto promesso di vederlo, senza ritrarne alcun vantaggio, oppure tutto questo nasconde qualche dono degno di Dio, che il beato Simeone si era meritato e ricevette? “Una donna toccò l’orlo dell’abito di Gesù e fu risanata” (Lc 8,44). Se costei ha ricevuto un così grande dono per aver toccato l’estrema parte del suo abito, che cosa dobbiamo pensare sia accaduto a Simeone, “che accolse tra le sue braccia” il fanciullo e, tenendolo tra le braccia, gioiva e si allietava, rendendosi conto di portare il fanciullo che era venuto per liberare i prigionieri? Lui stesso stava per essere liberato dai vincoli del corpo, ed egli sapeva che nessuno poteva far uscire gli uomini dalla prigione del corpo, con la speranza della vita futura, se non colui che teneva in braccio.
Per questo dice, rivolgendosi a lui: “Ora, Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace” (Lc 2,29); infatti fin che io non sostenevo Cristo, finché le mie braccia non lo sollevavano, ero prigioniero e non potevo liberarmi dai miei vincoli. Dobbiamo intendere queste parole come se fossero non soltanto di Simeone, ma di tutto il genere umano. Se uno esce dal mondo, se è liberato dal carcere e dalla dimora dei prigionieri per andare a regnare, prenda tra le sue mani Gesù, lo circondi con le sue braccia, lo tenga tutto stretto al suo petto e allora potrà andare esultante di gioia là dove desidera.
Considerate quante cose erano state preordinate in anticipo perché Simeone meritasse di tenere in braccio il Figlio di Dio. Dapprima aveva ricevuto l’assicurazione dallo Spirito Santo «che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore».
Non era poi venuto al tempio né per caso né semplicemente ma venne al tempio mosso dallo Spirito di Dio: “infatti tutti quelli che sono condotti dallo Spirito di Dio sono figli di Dio” (Rm 8,14). Lo Spirito Santo lo condusse dunque al tempio. Anche tu, se vuoi tenere in braccio Gesù e stringerlo tra le mani, se vuoi esser degno di essere liberato dalla prigione, dedica ogni tuo sforzo per essere condotto dallo Spirito e venire al tempio di Dio. Ecco, ora tu stai nel tempio del Signore Gesù, cioè nella sua Chiesa; questo è il tempio costruito di “pietre vive” (1Pt 2,5). Ma tu stai nel tempio del Signore quando la tua vita e i tuoi costumi sono quanto mai degni del nome che designa la Chiesa.
Se verrai al tempio mosso dallo Spirito, troverai il fanciullo Gesù, lo solleverai nelle tue braccia e dirai: “Ora, Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola” (Lc 2,29). Osserva nello stesso tempo che la pace si aggiunge allo scioglimento e alla liberazione. Non dice infatti Simeone: io voglio morire, ma aggiunge voglio morire «in pace». Anche al beato Abramo fu promessa la stessa cosa: “Quanto a te, andrai dai tuoi padri in pace, dopo aver vissuto in una felice vecchiaia” (Gn 15,15). Chi è che muore in pace, se non colui che possiede “la pace di Dio, pace che va al di là di ogni intelligenza e custodisce il cuore” (Fil 4,7) di chi la possiede? Chi se ne va da questo secolo in pace, se non colui che comprende che “Dio era in Cristo per riconciliare con sé il mondo” (2Cor 5,19), colui che non nutre inimicizia e rancore verso Dio, ma ha conseguito in sé, con le buone opere, la pienezza della pace e della concordia, e se ne va quindi in pace per raggiungere i santi padri, verso i quali se n’è andato anche Abramo?
Ma perché parlo dei patriarchi? Si tratta di raggiungere lo stesso capo e Signore dei patriarchi, Gesù, di cui è detto: “Meglio è morire ed essere con Cristo” (Fil 1,23). Possiede Gesù colui che osa dire: “Vivo, non più io, ma vive Cristo in me” (Ga 2,20). Affinché dunque anche noi, qui presenti nel tempio, tenendo in braccio il Figlio di Dio e serrandolo tra le nostre mani, siamo degni di essere liberati e di partire verso una migliore vita, preghiamo Dio onnipotente, preghiamo lo stesso fanciullo Gesù, con il quale noi desideriamo parlare tenendolo in braccio, Gesù “cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1Pt 4,11).
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