Esulti di gioia il padre del giusto,
gioisca la madre che l’ha generato.
Pro 23, 24b-25
Onora il padre e la madre e tendi la tua mano al povero.
Sir 7, 27-30. 32-36 SALMO RESPONSORIALE
R/. Vita e benedizione sulla casa che teme il Signore.
Sal 127 (128), 1-5 EPISTOLA
Rivestitevi di sentimenti di misericordia: mogli, mariti, figli, genitori.
Col 3, 12-21 CANTO AL VANGELO
(Col 3, 15a. 16) VANGELO
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.
Lc 2, 22-33 PREGHIERA DEI FEDELI
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COMMENTO AL VANGELO
ORIGENE
Omelia XV su Luca
Dobbiamo cercare un motivo degno del dono di Dio per spiegare come Simeone, uomo santo e gradito a Dio – così è scritto nel Vangelo – aspettando la consolazione di Israele, ottenne dallo Spirito santo l’assicurazione che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. Che gli giovò vedere Cristo? Gli fu forse soltanto promesso di vederlo, senza ritrarne alcun vantaggio, oppure tutto questo nasconde qualche dono degno di Dio; che il beato Simeone si era meritato e ricevette? Una donna toccò l’orlo dell’abito di Gesù e fu risanata. Se costei ha ricevuto un così grande dono per aver toccato l’estrema parte del suo abito che cosa dobbiamo pensare sia accaduto a Simeone, che accolse tra le sue braccia il fanciullo e, tenendolo tra le braccia, gioiva e si allietava; rendendosi conto di portare il fanciullo che era venuto per liberare i prigionieri? Lui stesso stava per essere liberato dai vincoli del corpo, ed egli sapeva che nessuno poteva far uscire gli uomini dalla prigione del corpo, con la speranza della vita futura, se non colui che teneva in braccio.
Per questo dice, rivolgendosi a lui: Ora, Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace; infatti fin che io non sostenevo Cristo, finché le mie braccia non lo sollevavano, ero prigioniero e non potevo liberarmi dai miei vincoli. Dobbiamo intendere queste parole come se fossero non soltanto di Simeone, ma di tutto i1 genere umano. Se uno esce dal mondo; se è liberato dal carcere e dalla dimora dei prigionieri per andare a regnare, prenda tra le sue mani Gesù, lo circondi con le sue braccia, lo tenga tutto stretto al suo petto e allora andare esultante di gioia là dove desidera.
Considerate quante cose erano state preordinate in anticipo perché Simeone meritasse di tenere in braccio il Figlio di Dio. Dapprima aveva ricevuto l’assicurazione dallo Spirito santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore.
Non era poi venuto al tempio né per caso né semplicemente, ma venne al tempio, mosso dallo Spirito di Dio: infatti tutti quelli che sono condotti dallo Spirito di Dio sono figli di Dio (Rom 8, 14). Lo Spirito santo lo condusse dunque al tempio. Anche tu, se vuoi tenere in braccio Gesù e stringerlo tra le mani, se vuoi esser degno di essere liberato dalla prigione, dedica ogni tuo sforzo per essere condotto dallo Spirito e venire al tempio di Dio. Ecco, ora tu stai nel tempio del Signore Gesù, cioè nella sua Chiesa; questo è il tempio costruito di pietre vive. Ma tu stai nel tempio del Signore quando la tua vita e i tuoi costumi sono quanto mai degni del nome che designa la Chiesa.
Se verrai al tempio mosso dallo Spirito, troverai il fanciullo Gesù, lo solleverai nelle tue braccia e dirai: «Ora, Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola». Osserva nello stesso tempo che la pace si aggiunge allo scioglimento e alla liberazione. Non dice infatti Simeone: io voglio morire, ma aggiunge voglio morire in pace. Anche al beato Abramo fu promessa la stessa cosa: Quanto a te, andrai dai tuoi padri in pace, dopo aver vissuto in una felice vecchiaia (Gen 15, 15). Chi è che muore in pace, se non colui che comprende che Dio era in Cristo per riconciliare a sè il mondo, colui che non nutre inimicizia e rancore verso Dio, ma ha conseguito in sé, con le buone opere, la pienezza della pace e della concordia, e se ne va quindi in pace per raggiungere i santi padri, verso i quali se n’é andato anche Abramo?
Ma perché parlo dei patriarchi? Si tratta di raggiungere lo stesso capo e Signore dei patriarchi, Gesù, di cui è detto: Meglio è morire ed essere con Cristo (Fil 1, 9). Possiede Gesù colui che osa dire: Vivo, non più io, ma vive Cristo in me (Fil 1, 23). Affinché dunque anche noi, qui presenti nel tempio, tenendo il braccio il Figlio di Dio e serrandolo tra le nostre mani, siamo degni di essere liberati e di partire verso una migliore vita, preghiamo lo stesso fanciullo Gesù, con il quale desideriamo parlare tenendolo in braccio, Gesù cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
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