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SACRA FAMIGLIA DI GESÙ, GIUSEPPE E MARIA

Esulti di gioia il padre del giusto,
gioisca la madre che l’ha generato.
Pro 23, 24b-25

LETTURA
Tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore.
Is 45, 14-17

SALMO
Sal 83 (84), 2-6

EPISTOLA
Cristo si è reso in tutto simile a noi, suoi fratelli, assumendo carne e sangue.
Eb 2, 11-17

CANTO AL VANGELO
(Is 45, 15)

VANGELO
Era in tutto a loro sottomesso.
Lc 2, 41-52

PREGHIERA DEI FEDELI
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COMMENTO AL VANGELO

COLUMBA MARMION
Da Cristo nei suoi misteri

Il Vangelo non ci ha conservato che un episodio della vita di Cristo in questo periodo: il suo smarrimento nel tempio. – Voi conoscete le circostanze che avevano condotto a Gerusalemme la sacra famiglia. Gesù aveva dodici anni. Era l’età in cui i giovani israeliti cominciavano ad essere soggetti alle prescrizioni della legge mosaica, specialmente a quella di recarsi al Tempio tre volte all’anno, per le feste di Pasqua, di Pentecoste, e dei Tabernacoli. Nostro Signore che aveva voluto, con la circoncisione, sottostare al giogo della Legge, si recò con Maria e con suo padre putativo nella santa città. Era certamente la prima volta che compiva questo pellegrinaggio.

Quando entrò nel Tempio nessuno certo sospettò che quel giovanetto fosse il Dio che vi si adorava. Gesù era là, unito alla folla degli Israeliti, partecipando alle cerimonie del culto e ai canto dei salmi. L’anima sua comprendeva, come nessun’altra creatura lo potrà mai comprendere, il significato dei riti sacri; degustava la sacra unzione che promanava dal simbolismo di quella liturgia di cui Dio stesso aveva regolato i particolari; Gesù vedeva la figura di tutto ciò che doveva compirsi nella sua persona e ne prendeva occasione per offrire a suo Padre, nel nome degli astanti e di tutta l’umanità, una lode perfetta. Dio riceveva in quel momento e in quel luogo omaggi infinitamente degni di lui. «Alla fine della festa, dice l’evangelista, che udì forse il racconto dalla stessa Vergine, Gesù rimase nella città senza che i genitori se ne fossero accorti» (Luc, II, 43). E’ risaputo che per Pasqua l’affluenza dei Giudei era notevolissima; si agglomerava allora una moltitudine tale che è difficile averne un’idea; al ritorno poi le carovane si formavano con estrema difficoltà e solo a giorno inoltrato era possibile ritrovarsi. Inoltre, secondo il costume, i giovanetti potevano congiungersi a loro talento a questo o a quel gruppo della loro carovana. Maria credeva che Gesù si trovasse con Giuseppe. Ella dunque camminava cantando i sacri inni; e pensava sopratutto a Gesù sperando di ritrovarlo al più presto.

Ma quale dolorosa sorpresa non fu la sua quando, raggiungendo il gruppo di Giuseppe, non vi trovò il figliuolo! «E Gesù, dov’è Gesù?» esclamarono insieme ambedue. Dov’era Gesù? L’ignoravano.

Quando Iddio vuole condurre un’anima fino alle altezze della perfezione e della contemplazione, la fa passare attraverso a prove terribili. Nostro Signore l’ha detto: «Quando un ramo unito a me, che sono la vigna, porta frutti, il Padre mio lo pota». E perché? Perché faccia frutti maggiori (Joan. XV, 2). Sono prove terribili che consistono sopratutto in tenebre spirituali, in sensazioni di abbandono da parte di Dio, con le quali il Signore lavora l’anima per renderla degna di una unione più intima e più sublime. Maria non aveva certo bisogno di queste prove. Quale ramo fu mai più fecondo, avendo dato al mondo il frutto divino? Ma quando perdette Gesù conobbe quelle vive angosce che dovevano aumentare la sua potenza di amore e l’estensione dei suoi meriti. Difficilmente possiamo misurare la grandezza di questa angoscia; occorrerebbe, per conoscerla, comprendere perfettamente ciò che era Gesù per la madre sua.

Gesù non aveva detto niente; Maria troppo bene lo conosceva per supporre che avesse sbagliato la strada. Se dunque aveva lasciato i genitori era segno che lo aveva fatto di sua volontà. Quando ritornerà? E lo rivedrà ancora? Maria non era vissuta tanti anni a fianco di Gesù a Nazareth senza sentire che si nascondeva in lui un mistero ineffabile. Ed era proprio questo che in quel momento costituiva per lei la sorgente di un’angoscia senza confronto.

Bisognava ora ricercare il figliuolo. Quali giornate non furono per lei! Dio ha permesso che la Vergine rimanesse nelle tenebre in tutte quelle ore riboccanti di ansietà. Non sapeva dove fosse Gesù né comprendeva perché non fosse stata da lui prevenuta, mentre il suo dolore era immenso per essere rimasta priva di colui che amava, e come suo Figlio e come suo Dio insieme.

Maria e Giuseppe tornarono a Gerusalemme col cuore in tumulto. Il Vangelo ci dice che lo cercarono dappertutto, presso i conoscenti e i parenti, (Luc. II, 41) ma nessuno aveva visto Gesù. Finalmente, come sapete, dopo tre giorni, lo ritrovarono nel tempio, seduto tra i dottori della legge. – I dottori d’Israele si riunivano in una delle sale del Tempio per spiegare le sacre Scritture e ciascuno poteva far parte del gruppo degli scolari e degli uditori. E questo fece Gesù. Era andato là, in mezzo a loro, non per insegnare – perché l’ora in cui doveva presentarsi a tutti come il solo Signore che viene a rivelare i segreti dell’alto non era ancora venuta; – era andato là, come gli altri giovani israeliti, «per ascoltare e interrogare»; sono le testuali parole del Vangelo (Ibid. 46).  E qual era lo scopo del fanciullo Gesù interrogando così i dottori della Legge? Egli certamente intendeva illuminarli, indurli, con le sue domande e con le sue risposte, con le sue citazioni scritturali, a parlare della venuta del Messia; intendeva orientare le loro ricerche a questo scopo, affinché essi risvegliassero la loro memoria sulle circostanze dell’apparizione del Salvatore promesso. Questo era evidentemente quanto l’eterno Padre voleva dal Figlio suo, la missione che gli affidava e per la quale gli faceva interrompere per un momento la sua vita nascosta e silenziosa. E i dottori d’Israele erano stupefatti per la sapienza delle sue risposte (Ibid. 47).

Maria e Giuseppe, felici di ritrovare Gesù, si avvicinano a lui e sua madre gli dice: «Figlio mio, perché ti sei di portato così con noi?». Non è questo un rimprovero, – l’umile Vergine era troppo saggia per ardire di biasimare colui che sapeva essere Dio; -ma è il grido di un cuore che tradisce i suoi sentimenti materni. «Ecco che tuo padre ed io pieni di angoscia, dolentes, ti andavamo cercando». E qual è la risposta di Cristo? – «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi degli affari del Padre mio? (Ibid. 48-49).

 Delle parole cadute dalle labbra del Verbo Incarnato è questa la prima che è stata raccolta dal Vangelo.

E in essa si riassume tutta la vita, tutta l’opera, tutta la persona di Gesù. Essa manifesta la sua divina figliazione, mette in rilievo la sua missione soprannaturale e tutta l’esistenza di Cristo non ne sarà che il commento smagliante e magnifico.

Essa contiene altresì per le anime nostre un insegnamento prezioso. Ve l’ho detto altre volte: nel Cristo vi sono due generazioni: è Filius Dei e Filius hominis. Come «Figlio dell’uomo» era obbligato ad osservare la legge naturale e la legge mosaica che comandavano ai figli di portare ai genitori rispetto, amore ed obbedienza. E chi meglio di Gesù ha fatto questo? Dirà più tardi «di non essere venuto a sopprimere la legge ma a perfezionarla» (Matth. V, 17). Chi meglio di lui seppe trovare nel suo cuore degli slanci più sinceri di umana tenerezza?

Come «Figlio di Dio», aveva verso il Padre celeste dei doveri superiori ai doveri umani e che sembrano qualche volta in contrasto con questi ultimi. Il Padre gli aveva fatto comprendere che quel giorno doveva rimanere a Gerusalemme.

Con le parole pronunziate in questa circostanza, Cristo vuol farei comprendere che quando Dio ci domanda di fare la sua volontà, non dobbiamo lasciarci trattenere da umana considerazione, ed è proprio in questi momenti che bisogna dire: Io devo occuparmi interamente delle cose del mio Padre dei cieli.

Luca, il quale indubbiamente ne aveva ricevuta l’umile confessione dalla Vergine stessa, ci dice che Maria «non comprese la profondità di quella parola» (Cf. Luc. II, 50). Ella ben sapeva che il suo divin Figlio non poteva agire che in un modo perfetto, ma perché allora non l’aveva prevenuta? Ella non comprendeva quali ragioni vi fossero tra questo modo di operare di Gesù e gli interessi del Padre suo. In che modo l’atteggiamento attuale di Gesù rientrava nel programma di salute che il Padre suo gli aveva dato? Anche ciò le sfuggiva. Ma se non ne scorge allora tutta la portata, ella certo non dubitava che Gesù fosse il Figlio di Dio. Perciò si sottometteva silenziosamente a quella divina volontà che reclamava dal suo amore un tale sacrificio; «ella custodiva nel suo cuore tutte le parole di Gesù». Le custodiva nel suo cuore, in esso era il tabernacolo dove adorava il mistero delle parole del Figlio suo nell’attesa che si facesse in lei luce completa.

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III DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Volgi il tuo sguardo misericordioso
sopra di me, Signore,
perché sono povero e solo.
Vedi che sono oppresso e travagliato,
perdona tutti i miei peccati.
Sal 24 (25), 16. 18

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