Recensione di M. F. Righi, San Bernardo e la misericordia, Nerbini, Firenze, 2016, pp. 226, € 16.
«La definizione di Dio è la misericordia».
«Se non riconosciamo il nostro peccato, è come se fosse impedito alla misericordia di entrare».
Tra queste due affermazioni (la prima di don Luigi Giussani e la seconda di padre Emmanuel Braghini) si colloca la comprensione del termine misericordia e della sua realtà.
Oggi, nel pensiero corrente, dell’antropocentrismo nato nell’età moderna è rimasto ben poco.
L’uomo è visto come una particella della natura – la grande madre natura – al pari degli altri animali e al pari di tutti gli esseri viventi, verso i quali spesso il suo esserci e il suo agire sono ritenuti dannosi. Della mentalità moderna è rimasta invece la superba autosufficienza, la convinzione dell’uomo di potersi determinare da solo in tutto e per tutto, avendo ormai eliminato il concetto di male e la distinzione tra bene e male.
Ma se non c’è il peccato non si avverte evidentemente bisogno del perdono e della misericordia. «La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo [contemporaneo] il quale, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato padrone e ha soggiogato e dominato la terra» afferma Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in misericordia (punto I, 2) pubblicata nel 1980.
Un aiuto per approfondire la riflessione può venire dalla lettura del pregevole libro di Francesca Righi su San Bernardo.
L’autrice, dal 2019 badessa nel monastero cistercense di Valserena, nella campagna pisana, ha molta dimestichezza con gli scritti di Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), grande protagonista della riforma cistercense e caratterizzato da un dinamismo poliedrico.
Ella rintraccia nell’opera di quest’ultimo – che pure non ha dedicato al tema un trattato specifico – il filo rosso della misericordia di cui non solo ha parlato e scritto, ma che ha anche
praticato. Nelle sue numerose lettere, ben 548, indirizzate ai potenti, ad abati, a semplici monaci, o a persone con cui era in una relazione di amicizia, la parola misericordia ritorna molto spesso. Perché, sottolinea Leclercq, «tutta la sua vita era suddivisa tra la preghiera nel chiostro di Clairvaux e il servizio degli uomini, ovunque Dio avesse avuto bisogno di lui (…). Qual era il segreto della sua forza? Era nella sua carità».
San Bernardo esercitava la sua paternità spirituale -specie nei confronti di coloro che gli erano affidati – a somiglianza del Padre misericordioso, come documentano molte delle sue lettere.
Il carisma della paternità di san Bernardo implica sì la verità che corregge, che rimprovera, che indirizza al bene, ma si rivela poi come carità verso chi ha sbagliato, come affezione che consola. Ecco che l’inflessibile abate, severo giudice degli errori umani, è capace di manifestare tutta la sua tenerezza e la sua capacità di amicizia. È un maestro pieno di mitezza e di umiltà.
Dio infatti viene chiamato ‘Padre delle misericordie’ e non della giustizia né della verità. Deriva dal suo essere stesso il motivo e l’origine dell’aver misericordia. È sua l’iniziativa della salvezza: «Sento compassione di questa folla» si legge nel Vangelo di Marco. Il suo è un amore che per essere fedele nei confronti dell’uomo irrimediabilmente peccatore deve essere necessariamente misericordioso. … (segue)
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