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Natale del Signore – Messa della notte

O natività, che tutto il creato onora per l’illibata santità,
amabile agli uomini per la grandezza del beneficio che dona, imperscrutabile agli Angeli per
la profondità del mistero che nasconde!
S. Bernardo di Chiaravalle, Sermone I sul Natale, 1

PRIMA LETTURA
Ci è stato dato un figlio.
Is 9,1-6

SALMO RESPONSORIALE
Sal 95

SECONDA LETTURA
È apparsa la grazia di Dio per tutti gli uomini.
Tt 2,11-14

CANTO AL VANGELO
(Lc 2,10-11)

VANGELO
Oggi è nato per voi il Salvatore.
Lc 2,1-14

PREGHIERA DEI FEDELI
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PERCORSO ESEGETICO

Secondo le parole profetiche
il Messia nasce dalla stirpe di Davide:
è il discendente promesso il cui regno sarà stabile in eterno
e che edificherà la casa in cui Dio dimorerà per sempre che è la sua Chiesa.

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI, CAP. 7, 40-52
Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide? (v. 42)

DAL VANGELO SECONDO MATTEO, CAP. 1, 1-17
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. (v. 1)

DAL VANGELO SECONDO MATTEO, CAP. 21, 1-11
La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava: Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli! (v. 9)

DAL VANGELO SECONDO LUCA, CAP. 1, 26-38
Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine. (vv. 32-33)

DAGLI ATTI DEGLI APOSTOLI, CAP. 13, 16-41
Dalla discendenza di lui [di Davide], secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore, Gesù. (v. 23)

DALLA LETTERA DI S. PAOLO APOSTOLO AI ROMANI, CAP. 1, 1-6
Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne. (vv. 1-3)

DAL LIBRO DELL’APOCALISSE, CAP. 5, 1-14
Uno dei vegliardi mi disse: “Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli”. (v. 5)

DAL LIBRO DELL’APOCALISSE, CAP. 22, 16-20
Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”. (v. 16)

COMMENTO PATRISTICO

S. BEDA IL VENERABILE
Dall’Omelia I, 6 passim

Abbiamo ascoltato dalla lettura del Vangelo, cari fratelli, che, quando stava per nascere il nostro Signore e Redentore Gesù Cristo, uscì un editto di Cesare Augusto, che era allora a capo della potenza terrena, per il censimento di tutto l’impero. Non bisogna credere che ciò avvenne a caso, ma comprendere che fu previsto dall’infallibile volontà provvidenziale del nostro Redentore. Egli infatti, in quanto mediatore fra Dio e gli uomini, come prestabilì la madre dalla quale nascere quando volesse, in modo divino, così scelse il tempo della nascita umana, anzi fece sì che fosse tale quale lo volle, nel senso che, sopito il turbine delle guerre, la tranquillità di una pace nuova e insolita si estese a tutto il mondo. …

Non dobbiamo passare sotto silenzio che la serenità di quella pace terrena non solo rese testimonianza di grazia, ma tributò anche ossequio al Re del cielo, perché dette a coloro che predicavano la sua parola la possibilità di percorrere tutto il mondo e di seminare la grazia del Vangelo dove volessero, cosa che non sarebbe stata possibile se il mondo non fosse stato retto da un solo imperatore. Ma proprio il censimento di tutto il mondo, fatto dal re terreno, ricorda l’opera del Re celeste e indica chiaramente che questi apparve nel mondo al fine di raccogliere nell’unità della sua fede gli eletti di tutte le genti del mondo e per scrivere in cielo i loro nomi, come aveva promesso, per l’eternità. Anche il fatto che secondo l’editto di Augusto tutti andavano a farsi iscrivere ciascuno nella propria città, noi dobbiamo interpretarlo spiritualmente in funzione del nostro Re. La nostra città è infatti la santa Chiesa, che in parte è ancora pellegrina in terra e lontana dal Signore, in parte già regna con lui in cielo e alla fine di questo mondo regnerà con lui in eterno tutta completa e perfetta. Tutti dobbiamo andare in questa città e nessuno deve trovare scuse per non fare un viaggio tanto salutare. È necessario che tutti noi paghiamo il giusto debito al re che è nato, cioè dobbiamo ubbidire ora ai precetti divini nell’unità della Chiesa presente per affrettarci a entrare nella patria celeste, procedendo infaticabili nelle buone opere. …

E anche Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazaret, per recarsi in Giudea nella città di Davide chiamata Betlemme, perché egli era della casa e della famiglia di Davide, per farsi iscrivere insieme con Maria sua sposa, che era incinta. … Che sarebbe nato a Betlemme, anche questo è indicato dagli oracoli profetici, là dove è detto: E tu Betlemme di Efrata, tu sei piccola tra le migliaia di Giuda, ma da te uscirà colui che deve regnare in Israele (Mi 5,2). II Signore nasce a Betlemme non solo per l’indicazione della genealogia regale, perché Davide era di lì, ma per il significato del nome, perché Betlemme significa “casa del pane”. E Cristo ha detto: Io sono il pane vivo che è disceso dal cielo (Gv 6, 41). Dato che egli è disceso dal cielo in terra per donarci il pane della vita celeste e saziarci col dono dell’eterna dolcezza, ben a ragione il luogo dove nasce si chiama casa del pane. …

Avvenne che mentre si trovavano lì si compirono i giorni del parto e diede alla luce il suo figlio primogenito. Chiama il Signore primogenito non perché si debba credere che dopo di lui la beata madre di Dio abbia generato altri figli, dato che sappiamo che ella è gloriosa proprio per aver vissuto in perpetua castità insieme a suo marito Giuseppe; ma il Vangelo lo chiama a ragione primogenito, perché Giovanni dice: A quanti lo ricevettero diede il potere di diventare figli di Dio (Gv 1, 18), e tra i figli occupa a buon diritto il primo posto colui che anche prima di nascere in forma di uomo era Figlio di Dio, nato prima dei secoli. È disceso in terra, è diventato partecipe della nostra natura, ci ha reso partecipi della sua grazia, così da essere, come dice l’apostolo: il primogenito tra molti fratelli (Rm 8, 29).

Lo avvolse in fasce e lo adagiò in una mangiatoia poiché all’albergo non c’era posto per loro. È qui che dobbiamo comprendere, fratelli carissimi, la grande degnazione del nostro Redentore e ognuno di noi dal profondo del cuore deve dire col profeta: Che cosa posso rendere al Signore per tutti i beni che mi ha donato? (Sal 115, 12). Egli che è colui al quale cantiamo: Grande è il Signore e degno di ogni lode, e la sua grandezza non ha confini (Sal 144, 3), egli per noi è nato piccolo per farci, rinascendo, da piccoli grandi cioè da peccatori giusti. Colui che siede in cielo alla destra del Padre non ha trovato posto in albergo, per donarci abbondanza di felici dimore nella casa di suo Padre. Colui che ha rivestito ogni creatura, sia invisibile in cielo sia visibile in questo mondo, di multiformi ornamenti, colui che nella sua maestà, come dice il profeta: Si è avvolto nella luce come in un manto (Sal 103, 2), proprio lui assumendo la nostra fragilità si è coperto di poveri panni per restituirci, misericordioso, la prima veste, cioè per condurci alla grazia dell’immortalità, che avevamo ricevuto nel progenitore. Colui, per mezzo del quale sono state create tutte le cose, ha disposto che le sue mani, i suoi piedi, anzi tutto il corpo di cui si è rivestito, fosse avvolto in una culla, per rendere le nostre mani pronte alle buone opere, per indirizzare i nostri piedi alla via della pace, per sottoporre tutte le membra del nostro corpo all’ossequio divino. Colui che il cielo e i cieli dei cieli non contengono, si lascia contenere da una piccola angusta mangiatoia, per dare a noi l’ampiezza delle sedi celesti. E fu in virtù di un grande mistero che scelse di stare dopo la nascita in una mangiatoia dove sono soliti venire a mangiare gli animali. Infatti così già da allora fece capire che avrebbe nutrito col mistero della sua incarnazione, sulla santa mensa dell’altare, tutti i fedeli; indicò che egli è solito ristorare con la grazia della gioia interiore tutti quelli che si umiliano a lui, dei quali dice col profeta: II bue ha conosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone (Is 1, 3). Nel bue indica il popolo dei Giudei, che era abituato a sopportare il giogo della Legge e a ruminare le sue parole; nell’asino simboleggia il popolo dei pagani, che rimaneva sempre condannato dalla sozzura dell’idolatria. Dell’uno e dell’altro popolo moltissimi, convertiti alla grazia del Vangelo, conobbero il Padrone dal quale erano stati creati e coi suoi doni celesti hanno cercato di crescere per la salvezza eterna. …

Segue: In quella regione vi erano dei pastori che pernottavano fra i campi e facevano la guardia al loro gregge. Ecco l’angelo del Signore apparve loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Opportunamente la divina provvidenza dispose che, quando nacque il Signore, i pastori pernottassero nelle vicinanze di quella città e facendo la guardia proteggessero il loro gregge dai pericoli della notte. Era infatti necessario che, quando nacque nel mondo il Pastore grande delle pecore, cioè colui che nutre le anime dei fedeli, i pastori che facevano la guardia al loro gregge, rendessero testimonianza della sua nascita. È proprio lui infatti che dice: Le mie pecore conoscono la mia voce e io le conosco, esse mi seguono e io do loro la vita eterna (Gv 10, 27-28). Di lì a poco sarebbe avvenuto che pastori scelti, cioè santi predicatori, fossero inviati per tutto il mondo a radunare nell’ovile del Signore, cioè nella santa Chiesa, il popolo dei credenti; al primo di costoro cioè a san Pietro, quando disse di amare il Signore, proprio il Signore e principe dei pastori a riprova del suo amore comandò: Pascola le mie pecore (Gv 21, 17): perché ama veramente il suo Creatore solo chi ama di vero amore il suo prossimo.

Ecco l’angelo del Signore apparve loro e la gloria del Signore li avvolse di luce: quando l’angelo apparve ai pastori li avvolse anche lo splendore della luce divina, cosa che non troviamo in tutta la serie dei libri dell’Antico Testamento, dove le innumerevoli volte che gli angeli apparvero ai profeti e ai giusti mai leggiamo che li abbiano avvolti col fulgore della luce divina; e ben a ragione questo privilegio fu riservato alla dignità di quel tempo. Quando nacque nel mondo la vera Luce del mondo, fu conveniente che colui che annunziò tale nascita avvolgesse gli uomini anche esteriormente con la novità della luce celeste, secondo quanto dice il profeta di quella nascita: È sorta nelle tenebre la luce per i puri di cuore (Sal 111, 4). E quasi che gli si domandi di quale luce parla, subito aggiunge: Il Signore giusto e misericordioso. Dato che il Creatore e Redentore del genere umano nella sua giustizia e misericordia si è degnato di illuminare il mondo con la gloria della nuova nascita, era proprio conveniente che il fulgore della nuova luce avvolgesse anche la regione dove era nato.

Ascoltiamo dunque che cosa dice l’angelo ai pastori quando apparve avvolto da una grande luce: Non temete, vi annunzio una grande gioia che sarà grande per tutto il popolo. Veramente grande gioia, perché gioia celeste, gioia eterna, gioia che non è turbata da alcuna tristezza, gioia della quale possono godere solo gli eletti. Che sarà grande per tutto il popolo: non per tutto il popolo dei Giudei né per tutto il popolo dei pagani, ma per tutto il popolo che, riunito dai Giudei e dalle genti di tutto il mondo nell’unica confessione di Cristo, è detto cristiano, in grazia dell’unica stessa conoscenza dei misteri di Cristo. Di esso il profeta dice: Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce (Is 9, 2).

Oggi è nato per voi nella città di Davide il Salvatore che è il Cristo Signore. … Per noi dunque che abitiamo nell’ombra della morte, è sorta la Luce della vita.

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Vedi anche

4.a Domenica del T.O. – B

La medicina della salvezza ha dovuto operare
contro lo stesso autore della morte,
riducendo innanzitutto al silenzio la
lingua del serpente, affinché non spargesse
più oltre il suo veleno.
S. Beda il Venerabile, Esp. sul vang. di Marco, I

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