«Rimani dove sei, ti prego»

«Rimani dove sei, ti prego»

Omelia del padre abate Bernardo per la Solennità dell’Annunciazione alla Basilica della Santissima Annunziata in Firenze

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25 marzo 2017 – Annunciazione

Celebrazione nella Basilica della S.S.ma Annunziata

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Omelia

Un attimo
di universa compresenza,
di totale evidenza-
entrano le cose
nel pensiero che le pensa, entrano
nel nome che le nomina,
sfolgora la miracolosa coincidenza.

In quell’attimo
– oro e lapislazzulo-
aiutami, Maria, t’inciderò
per la tua gloria,
per la gloria del cielo. Così sia

Carissimi confratelli nel sacerdozio e nella vita religiosa che dimorate in questo sacro convento, prossimi a questa miracolosa immagine della Beata Vergine Maria Annunziata, carissimi rappresentanti del Comune di Firenze, qui solennemente presente attraverso il suo simbolo più caro e insigne, il giglio, decorato da innumerevoli medaglie che riconoscono la gloria della popolazione di questa nostra città, vorrei dare iniziare questa meditazione sulla Annunciazione con i versi con cui Mario Luzi mette in bocca a Simone Martini, il grande pittore senese, espressioni di totale devozione, attraverso la bellezza del gesto pittorico, alla Beata Vergine Maria e saluta, con terminologia teologicamente allusiva a quello che oggi insieme celebriamo, il grande mistero -egli dice- di una “universa compresenza, di una miracolosa coincidenza”. Davvero noi oggi, fratelli e sorelle carissimi, celebriamo una miracolosa coincidenza,, ritrovata finalmente tra l’uomo e Dio, fra la nostra umanità e la sua debordante divinità che, essendo amore, non poteva restare installata in perimetri autoreferenziali, ma con la stessa energia inesausta che sta al cuore stesso del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, essa si riversa nella storia, facendo in modo che la nostra vita assomigli a -per impiegare ancora parole di Mario Luzi- “la strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia traverso il mare mosso di Crete dilavate, che mettono di marzo una peluria verde, è una strada fuori del tempo, una strada aperta e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma”.

Sono ancora parole di Mario Luzi, parole con cui egli descrive il viaggio simbolico di Simone, tornando a Siena, ma in realtà è il viaggio della nostra umanità per tornare al cospetto dalla sua origine più vera, quel volto di Dio reso finalmente manifesto attraverso il Cristo, la cui carne entra nella nostra storia attraverso la porta di luce che è l’obbedienza, cioè l’intensissimo e sofferto ascolto, reso possibile dall’altrettanto intensissima umiltà, della Beata Vergine Maria, quello che oggi appunto noi stiamo celebrando, stiamo vivendo.

Ma a pensarci bene la strada tortuosa attraverso il mare mosso di crete dilavate che puntano al cuore dell’enigma, non è solo il percorso dell’uomo verso Dio, è in fondo anche il percorso di Dio verso l’uomo, perché non pensarci, perché non riconoscere che le nostre resistenze costringono l’amore di Dio a innumerevoli giravolte, a curve tortuose in cui egli dispiega tutta la sua pazienza, tutta la sua misericordia, finchè anche la nostra riottosa autoreferenzialità possa, come la Beata Vergine Maria, finalmente chinare il capo e lasciarci vivere quell’ebrezza dell’amore, la miracolosa coincidenza che oggi lo stesso poeta quasi pare supplicare con parole fortissime a ciascuno di noi: “Ascolta tu pure: è il Verbo stesso che ti grida di tornare”.

Verso appunto quella miracolosa coincidenza. Una miracolosa coincidenza in cui quello che il poeta ci ha appena definito come il cuore dell’enigma, si trasfigura in un cuore di mistero, perché il nostro Dio, fratelli e sorelle, non è un Dio enigmatico, certo inafferrabile in pienezza, certo inconoscibile in pienezza, guai se dimenticassimo la grande lezione patita dai mistici e dalle mistiche che vivono spesso nella loro corporeità sofferta le tracce di un Dio che si fa riconoscere per tutto quello che non dice e non fa al loro cuore, ma nello stesso tempo è anche il Dio della parola, dunque un Dio riconoscibile, non più come enigma, ma come mistero.

Certo occorrerà l’ascolto tenace e duraturo di Maria, che non a caso i grandi pittori sempre raffigurano al momento dell’Annunciazione con un libro fra le mani, Maria è la donna della lectio, dell’ascolto, della decifrazione, dell’attesa, della pazienza, che corrisponde per analogia misteriosa e indicibile alla pazienza di Dio.

Fratelli e sorelle, una grande mistica, Santa Caterina da Siena arrivava a dire “tale diventa la creatura quale è quella cosa che ama”, è l’effetto della divinizzazione con cui davvero lo abbiamo pregato all’inizio di questa celebrazione, la vita divina prende carne nella nostra pur fragile carne, ci è chiesto solo e soltanto di amarla per diventare la cosa che amiamo, ci è chiesto come Maria di diventare ascolto, perché la parola divina di Dio diventi carne della nostra carne, ci è chiesto fra poco, fratelli e sorelle, attraverso l’umiltà della Fede, l’abbandono dei sensi e dai sensi, di accogliere quello che sembra un pezzo di pane come quel fermento di vita divina con cui, come raccomandava Agostino, possiamo finalmente diventare quello che mangiamo.

Sono gli innumerevoli effetti di quello che si apre alla nostra vita, alla nostra storia, al nostro indagare, al nostro soffrire, al nostro talvolta disilluso rassegnarci, la porta del cielo che è Maria, per dirlo ancora con Mario Luzi: “Siamo ancora / io e lei, lei e io / soli, deserti. / Per un più estremo amore? Certo”. Parole che risuonano consonanti in questo tempo quaresimale dove forse ci siamo dimenticati quel deserto in cui la Chiesa, pazientemente, ci raccomanda di entrare, almeno per quaranta giorni l’anno, in compagnia del Signore Gesù, per imparare quello che Maria ha prodigiosamente, ma non meccanicamente vissuto nel suo cuore, questa figliolanza esuberante e feconda che è del Signore Gesù, gli ha significato dire di no al progetto del divisore, e Maria significa dire fiat a tutto quello che lei non poteva comprendere, ma intuiva con sguardo profondissimo del cuore, consonante al suo, ma anche fratelli e sorelle, al nostro più alto desiderio, se è vero come è vero, che questa parola che significa l’umano contiene in sé, sidus, quella stella che è Maria, quella stella che è la traccia, l’indizio dell’infinito racchiuso nel cuore dell’uomo dall’infinità amorosa e intelligente di Dio.

In questa rincorsa davvero la strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia, traverso il mare mosso di crete dilavate, non diventerà un’autostrada e nemmeno lo vogliamo, ma certo una strada meno annodata, un percorso che rende ai nostri interrogativi più profondi ragione di un significato vero, autentico, tenace e duraturo della nostra condizione umana, di questo scoprirci vivi non per caso, ma nemmeno con un fatalismo cieco, muto, alle istanze più vere e palpitanti che reclama la libertà del nostro cuore. Per questo nella lettera agli Ebrei, è vero “di me sta scritto nel rotolo del libro –per fare, o Dio, la tua volontà” ma attenzione, fratelli e sorelle, questa obbedienza del Signore Gesù che ha reso il suo corpo il luogo teologico dove incontriamo la divinità che prende, non a caso, carne della nostra carne, non è un fatalismo al quale il Signore Gesù si è abbandonato, come avesse dovuto obbedire ad una sorta di sfinge interrogante. La sua è una esperienza di libertà, di amore, così come l’obbedienza di Maria è una esperienza di libertà e di amore, ed è proprio la libertà e l’amore a dirci che l’uomo non è né frutto di una casualità molecolare, né tanto meno espressione di un’idea dell’idea appartenente a chissà quale entità metafisica remota dalle nostre passioni, migliaia di anni luce, niente di tutto questo, noi oggi celebriamo, quasi grazie alla liturgia riviviamo, quel momento straordinario in cui Maria si è sentita interpellata fino in fondo a nome di noi tutti nel dire “Sì, eccomi” oppure nel ritrarsi, nel farsi scudo ad un progetto che salutava l’alterità, cioè il mistero di ciò che è oltre i nostri perimetri. Per questo San Bernardo ci fa vivere in un sermone straordinario questo istante in cui si gioca la nostra salvezza:

“Rispondi presto all’angelo”- egli dice, come se Maria fosse qui, presente a noi e noi potessimo, qualche istante prima, darle un consiglio, anzi una esortazione, una incitazione, rispondi, accogli, proferisci la tua parola, perché ti attardi? Perché tremi? Credi, acconsenti e accogli.

Sono questi verbi fondamentali che sono il lessico della Fede del cuore di ciascuno di noi, verbi difficilissimi in realtà da mettere in pratica, ma questa cerniera di luce che oggi si apre con il “Sì” di Maria restituisce speranza e significato a quello che la libertà e l’amore di Dio ha potuto compiere in lei: riavvolgere tutta la nostra storia, riportarla a un nuovo inizio e far sì che la nostra vicenda avesse la bellezza, il panorama, la linearità di quella strada che è poi quell’umanesimo plenario con cui ci vogliamo fare prossimi a chi è nella prova, nello smarrimento e nella sofferenza.

 

Rimani dove sei, ti prego,
così come ti vedo.
Non ritirarti da quella tua immagine,
non involarti ai fermi
lineamenti che ti ho dato
io, solo per obbedienza.
Non lasciare deserti i miei giardini
d’azzurro, di turchese,
d’oro, di variopinte lacche
dove ti sei insediata
e offerta alla pittura
e all’adorazione,
non farne una derelitta plaga,
primavera da cui manchi,
mancando così l’anima,
il fuoco, lo spirito del mondo.
Non fare che la mia opera
ricada su se medesima,
diventi vaniloquio, colpa.

Amen

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

Fonte: http://www.sanminiatoalmonte.it/node/607

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