Chiedo scusa se il mio intervento sarà breve, ma esprimermi in una lingua che non è la mia non mi è facile. Mi limiterò, perciò, a dei punti essenziali.
Mi è stato chiesto di riprendere e sviluppare il tema dell’unità liturgica fra i nostri due ordini e vorrei partire dal fondamento della questione: perché e in che senso parlare di «unità liturgica»?
1. Unità liturgica ovvero la liturgia fonte di unità
Il nostro Abate generale, dom Bernardus, in occasione dell’ultima solennità di san Bernardo, ha indirizzato al nostro Ordine una lettera circolare dal titolo: Uniti da un mirabile legame di carità. Il legame di cui si parla è quello espresso dalla Carta di carità, che unisce non solo i membri del nostro Ordine, ma di tutto l’Ordine cistercense, nei suoi due rami, OCSO e OCist. Citando il Grande esordio, egli ricorda, infatti, in apertura della lettera, come nella Carta di carità
ci viene insegnato in che modo i monasteri del nostro Ordine, diffusi nelle varie parti del mondo, divisi anche per la diversità delle lingue, grazie a un mirabile legame di carità e di reciproca dimostrazione d’onore (cf. RB), costituiscano una sola chiesa, un solo Ordine, in una sola parola un solo corpo di Cristo.
La Carta di carità, di cui abbiamo celebrato il centenario solo quattro anni fa, è il testo base su cui poggiano, oggi come agli inizi, le strutture e le relazioni all’interno dei nostri rispettivi Ordini, e quindi, possiamo dire, il testo di riferimento per tutto l’Ordine cistercense.
Ora, fin dagli inizi, quel «mirabile legame di carità», che è vincolo di unità, abbraccia anche la liturgia. O meglio, si potrebbe dire, il rapporto fra carità, unità e liturgia è duplice. Da una parte il legame di carità comporta anche l’unità nella liturgia, e dall’altro quel legame di carità e unità è generato esso stesso anche dalla liturgia, dalla condivisione della medesima liturgia.
Quindi la liturgia, celebrata secondo la Carta di carità, è fonte ed espressione di unità nella carità fra tutte le comunità dell’Ordine.
Il terzo dei cardini che regolano la vita dell’Ordine ai suoi albori recita, infatti: Idem libri ecclesiastici et consuetudines sint omnibus, «Tutti devono avere gli stessi libri liturgici e gli stessi usi». È vero che la motivazione di questa prescrizione risiedeva nel fatto che, come spiega la Carta di carità, a Citeaux giungevano monaci provenienti da altri monasteri e, perciò, sembrava opportuno che essi avessero mores et cantum et omnes libros, cioè le «consuetudini» e il «canto» e «tutti i libri» necessari per la recita dell’Ufficio divino, conformi alle consuetudini e ai libri del Nuovo Monastero. Ma la ragione è ancora più alta o più profonda ed è espressa in questi termini: quatinus in actibus nostris nulla sit discordia, sed una caritate, una regula, similibus vivamus moribus, «affinché nelle nostre azioni non vi sia alcuna discordanza, ma viviamo secondo una stessa carità, un’unica regola e modi di vivere simili». … segue
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