«Padre Antonio e due monaci che lo assistevano nel lavoro vennero arrestati. Spogliati dei loro vestiti, nonostante il freddo pungente, furono appesi a un albero, con i pollici e gli alluci legati insieme dietro la schiena. I soldati iniziarono a sparare sopra le loro teste raffiche di fucilate, con l’intento di spaventarli e costringerli a rivelare l’esistenza e il nascondiglio di presunte scorte di armi. Tuttavia non vi erano armi e le truppe se ne andarono da Yang-Kia-Ping. Però, prima di partire, le autorità comuniste lasciarono alcuni loro uomini con il compito di tenere d’occhio i monaci. Come scrisse padre Stanislao Jen, storico della comunità: “I monaci erano ora come agnelli ammutoliti scortati al macello”». Così James T. Meyers racconta, in Nemici senza fucile (Jaca Book, 1994), l’inizio della passione dei monaci trappisti dell’abbazia di Nostra Signora della Consolazione a Yang-Kia-Ping, nel vicariato apostolico di Pechino, al termine della quale ben 33 monaci persero la vita per le umiliazioni e le torture subite e il monastero fu distrutto.
Nel 1945 il monastero, prima comunità trappista in estremo Oriente, fiorente di vocazioni e di attività, si trovò al centro della guerra civile iniziata dopo il conflitto cino-giapponese, a causa del quale aveva già molto sofferto negli anni precedenti. Il villaggio vicino al monastero era, infatti, sulla linea di demarcazione tra l’armata rossa di Mao-Tze-Tung e l’esercito nazionalista di Chiang-Kai-Chech e anche la comunità monastica divenne obiettivo dei rivoluzionari.
I primi monaci trappisti erano sbarcati nella Cina continentale il 14 dicembre 1883 e nel giro di pochi decenni il monastero di Nostra Signora della Consolazione, nome suggerito a uno dei fondatori dallo stesso don Bosco, nato in quel luogo solitario, circondato di montagne come da una muraglia e simile per dimensioni a una piccola cittadella, contava già circa un centinaio di monaci, in maggioranza cinesi, che con la loro vita svolgevano una grande opera di evangelizzazione, tanto che Pio XI li segnalava nella sua enciclica Rerum Ecclesiae (1926) come esempio, ricordando come con la loro preghiera, con la loro vita austera e il duro lavoro, attirassero il favore di Dio su se stessi e su quanti erano ancora lontani dalla fede.
Nell’estate del 1947 la trappa di Yang-Kia-Ping fu presa di mira dai comunisti con false accuse: dimenticando i grandi benefici che per sessantaquattro anni i trappisti avevano assicurato ai poveri e al popolo, sottoposero i monaci a tumultuosi processi popolari e ad interrogatori su questioni riguardanti lo stato e sul culto, con pubbliche bastonature e disumane torture fisiche e morali per far loro abbandonare la religione, considerata ormai una superstizione da cancellare.
I diciotto monaci sacerdoti, che il mattino dell’8 luglio 1947 celebravano per l’ultima volta al monastero l’eucarestia, compresero che le loro vite si sarebbero presto unite al sacrificio di Cristo. Il 30 agosto 1947 iniziò il martirio vero e proprio: distrutto con un incendio quanto restava del monastero, i comunisti in fuga deportarono in massa tutti i monaci, circa settantacinque, senza riguardo né all’età, né all’infermità, lungo itinerari impervi delle montagne del Nord tra le gole selvagge della Ta-Long-Men (la porta del gran dragone), in quella che fu chiamata la “marcia della morte”. Le mani legate con catene o fil di ferro che metteva a nudo le ossa, sotto piogge torrenziali, gli anziani e gli infermi portati a spalla dai fratelli già carichi di pesanti fardelli, costretti a prendere cibo come gli animali, impediti di comunicare tra loro a segni come erano soliti e frustati perché sorpresi nel dormiveglia a muovere le labbra in preghiera, ne morirono fino a tre al giorno lungo il percorso, per lo sfinimento e la miseria.
Nel gennaio 1948, dopo un ultimo giudizio popolare a Panpou, furono fucilati P. Crisostomo Chang e altri cinque religiosi. Il giovane sottopriore di soli 29 anni, scelto come capofila del gruppo dei martiri, un puro pechinese della grande nobiltà manciù che già dall’inizio della persecuzione aveva subito con coraggio battiture e vessazioni, esortò i suoi compagni dicendo: “Noi moriamo per la causa di Dio. Innalziamo per l’ultima volta il nostro cuore verso di lui in un’offerta totale del nostro essere”. Poiché la sentenza di morte pronunziata dai comunisti non era mai stata confermata, i superstiti furono via via liberati, ma altri tra loro morirono poco dopo per le conseguenze della prigionia. Chiude l’elenco dei 33 martiri, tutti di nazionalità cinese, tranne tre monaci sacerdoti francesi, un olandese e un canadese, il P. Teodoro, consumato infine dalla tubercolosi e ridotto a uno scheletro ambulante.
Non diversa fu la sorte anche dei monaci di N. S. della Letizia, fondazione di Yang-Kia-Ping, sorta del 1928 nel vicariato apostolico di Zhengding, nella regione dello Hebei meridionale, costretti a lasciare il monastero nel 1947 e sottoposti a dure persecuzioni, fino all’arrivo di alcuni loro sull’isola di Lantau, nel territorio di Hong Kong, dove la comunità poté ricostituirsi a partire dal 1953. Anche tra questi si contano due martiri: P. Vincenzo Shi, morto in carcere il 7 agosto 1951, dopo aver sostenuto terribili torture pur di non rinnegare la propria fede; e Alberto Wei, accusato ingiustamente di crimini antirivoluzionari, e morto il 27 novembre 1951 in monastero.
Di tutti questi fratelli che sopportarono tribolazioni così grandi, perseverando fino alla morte nella confessione della loro fede, è possibile affermare ciò che disse di uno di loro la giovane guardia rossa incaricata di annunziarne la morte ai fratelli, “Questo è morto molto pacificamente, Assomiglia all’uomo rappresentato sul segno dieci a Yang-Kia-Ping”. Il segno dieci è il nostro segno “+” e l’uomo rappresentato sul segno dieci era il Crocifisso che il sodato aveva visto nella chiesa del monastero, senza sapere chi fosse.
Sr. Patrizia – Valserena
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