Un giovane. Prima di tutto Rafael Arnáiz Baron è – e rimane – giovane, dal momento che la sua vita si consuma interamente nell’arco di soli 27 anni. Un giovane brillante, intelligente, sensibile, dotato, distinto nei modi e nei tratti, aperto e socievole. Un giovane che ama e desidera la vita, che passa, non senza adeguata ponderazione, dagli studi di architettura e dalla vita agiata che la posizione sociale elevata della famiglia gli può garantire, all’austerità della Trappa. Come è possibile? Il fatto è che la vita di questo giovane è segnata, fin dall’infanzia, da una profonda esperienza di fede e dal fascino dell’assoluto. La si può riassumere nell’espressione che più gli è cara: Solo Dios. Solo Dio. Solo Dio basta, come già diceva la grande Teresa d’Avila, solo Dio appaga la sete profonda del suo cuore di giovane, solo Dio può riempire fino in fondo la sua vita, solo Dio è la risposta al suo desiderio di felicità come a quello di ogni giovane. Per questo, all’età di 22 anni, lascia la scuola di Architettura di Madrid, alla quale l’ha indirizzato la sua passione per il disegno e la pittura, che lo accompagnerà per tutta la vita, per varcare il 16 gennaio del 1934 la soglia del monastero di S. Isidro di Duenas. Glielo ha fatto conoscere lo zio Leopoldo, dei duchi di Maqueda, dando inizio così al piano di Dio sulla sua vocazione.
Convinto di aver trovato la sua strada, abbraccia con gioia ed entusiasmo la nuova vita, ma, dopo soli quattro mesi, si ammala di una forma molto grave diabete mellito ed è costretto a rientrare in famiglia, dove trascorre più di un anno prima di ritornare al monastero in qualità di oblato. Rimarrà a S. Isidro dal gennaio al settembre del 1936, quando di nuovo deve uscire per il servizio militare, ma, dichiarato inabile, fa ritorno in convento. Una ricaduta nella sua malattia, lo costringerà ad uscire ancora il 10 febbraio 1937. Il 15 dicembre seguente, ristabilito, rinunciando alle cure e alla comodità di casa sua, torna, per la quarta e ultima volta, a S. Isidro, dove, pochi mesi dopo, muore per coma diabetico, il mattino del 26 aprile 1938, dopo soli 19 mesi e 12 giorni di permanenza alla Trappa. Pur essendo un semplice oblato, l’Abate aveva voluto dargli ugualmente, poco prima, la cocolla bianca, vero abito del monaco.
È la malattia che forgia in segreto la sua vita e la sua santità. È nella malattia, infatti, che comprende più profondamente cos’è l’amore: accetta l’infermità, la rinuncia ai voti religiosi, la condizione di oblato, l’umiliazione dell’ultimo posto. In occasione dell’ultimo rientro in monastero aveva detto: «Ho lasciato la mia famiglia… Ho fatto a pezzi il mio cuore… Ho vuotato la mia anima dei desideri del mondo. Mi sono stretto alla tua croce. Cosa aspetti, Signore? Se quello che desideri è la mia solitudine, le mie sofferenze e la mia desolazione…, prendi tutto, Signore; io non ti chiedo niente». Rafael ha questi soli desideri: «Unificarmi assolutamente e interamente con la volontà di Gesù; vivere soltanto per amare e soffrire; essere l’ultimo, meno che per obbedire».
Sceglie con estrema consapevolezza la sofferenza e la solitudine psicologica, la fame e la sete che la malattia gli provocano, l’inadeguatezza delle cure, l’umiliazione della sua avvilente diversità, pur avvertendone nella sua sensibilità vivissima tutta la ripugnanza naturale; vuole persino la sua stessa morte, perché la vuole Cristo, prevedendola prossima. Egli è arrivato, certo dell’amore di Dio, ad abbracciare la sua croce. E in questa sapienza della croce ha trovato la vera pace e la gioia. Anche l’amore e la devozione per la Vergine Maria, cresciuto nella sua anima fin dalla fanciullezza, rimane una nota caratteristica della sua santità. Ci restano di lui opuscoli (Impressioni della trappa, Meditazioni di un trappista, Il mio quaderno, Dio e la mia anima) e lettere spirituali che testimoniano la profondità del suo cammino. Anche i suoi disegni e i suoi dipinti sono uno specchio del suo percorso spirituale.
È stato beatificato il 27 settembre 1992 e canonizzato l’11 ottobre 2009. È considerato fra i più grandi mistici dei nostri tempi e il papa Giovanni Paolo Il l’ha proposto alla gioventù come modello.
Patrizia – Valserena
Nuova Citeaux Per la promozione della cultura cistercense



