«Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese». Inizia così il testamento di Padre Christian de Chergé, priore del monastero trappista di N. S. dell’Atlas, a Thibirine, in Algeria, una delle pagine spirituali più alte del XX secolo. Un’esistenza “donata” la sua, così come quella degli altri fratelli prima rapiti e poi uccisi con lui il 21 maggio 1996 dai terroristi del GIA, il «Gruppo Islamico Armato»: Luc Dochier, Christophe Lebreton, Bruno Lemarchand, Michel Fleury, Célestin Ringeard, Paul Favre-Miville. Figure molto diverse fra loro, ma tutte accomunate dal desiderio di vivere e testimoniare l’amore di Cristo in mezzo al popolo algerino di cui avevano voluto condividere la sorte.
La scelta di restare in Algeria nonostante il crescente clima di violenza e di terrore e i ripetuti inviti a lasciare il paese, era lentamente maturata in loro dopo la prima visita intimidatoria dei terroristi, la notte del Natale del 1993. Avevano deciso di rimanere nell’umile servizio alla popolazione locale, per amore del popolo di cui si sentivano parte, perché «non si abbandona un amico quando soffre», come scriveva il vescovo di Orano, Pierre Claverie, ucciso anche lui da una bomba insieme all’amico musulmano Mohamed Bouchikhi. Questa libera decisione esprimeva la volontà comune di essere “uniti”, condividendo con i vicini i pericoli della violenza che colpiva soprattutto i più deboli e indifesi, solidali con la piccola comunità ecclesiale algerina, interamente donati a Dio e a quella terra. «Le beatitudini sono innanzitutto il Vangelo del vivere insieme», annotava, infatti, nel suo diario, P. Christian, e questo avevano voluto fare i monaci di Thibirine, vivere il Vangelo anche “insieme” a chi professava un’altra fede, in fraterna apertura. Da allora i terroristi erano tornati la notte del 26 marzo 1996, portando via sette dei nove monaci presenti nel monastero di Thibirine. Due al momento non furono trovati, e si salvarono, uno di questi, P. Jean-Pierre Schumacher, vive ancora nel monastero di Midelt, che continua la presenza e la testimonianza dei fratelli in Marocco.
“Artigiani della pace”, “flebili fiammelle di speranza e di umanità in un oceano di sangue”, “testimoni di una fraternità senza frontiere, di un amore che non fa differenze”, “uomini di Dio”, come li chiama la ormai celebre pellicola di Xavier Beauvois a loro dedicata, in un paese in cui il 99% della popolazione è di fede musulmana, profondamente amanti del loro popolo, e da esso riamati. Questo sono stati i sette fratelli martiri di Thibirine. E nella loro scelta di rimanere c’è anche la ferma volontà di vivere il perdono a chi li avrebbe un giorno uccisi, come testimonia sempre il testamento di P. Christian.
Sono stati beatificati ad Orano l’8 dicembre 2018 nel gruppo dei 19 martiri, tutti religiosi e religiose di 8 diverse congregazioni, capitanati dal Vescovo, Pierre-Lucien Claverie, dell’Ordine dei Frati Predicatori, tutti rimasti in Algeria negli anni bui della guerra civile e del terrorismo e pienamente integrati fra i musulmani, che hanno testimoniato il Vangelo fino al sangue, tra il 1991 e il 2002. È stata la prima volta che dei martiri cristiani vengono proclamati beati in un paese musulmano.
In quest’angolo remoto al mondo cattolico la loro preghiera e il loro «martirio d’amore» rimangono come il sigillo di una vita cristiana vissuta in semplicità e in simbiosi con i fratelli musulmani, con il Paese, nel silenzio e nell’umiltà, nella speranza che scruta i grandi orizzonti universali e si fa carico dei dolori di tutti. «La nostra presenza al monastero – ha raccontato il sopravvissuto, P. J. Pierre – era un segno di fedeltà al Vangelo, alla Chiesa e alla popolazione algerina. Non volevamo essere martiri, piuttosto segni d’amore e di speranza».
La loro «presenza silenziosa» è diventata «parola universale. Una presenza che si faceva accoglienza amichevole fraterna nell’incontro con l’altro». «Siamo invitati a essere a nostra volta segni di semplicità e di misericordia, nell’esercizio quotidiano del dono di sé, sull’esempio di Cristo. Non ci sarà altro modo di combattere il male che tesse la sua tela nel nostro mondo», ha detto papa Francesco ricordando la loro testimonianza, che rimane una “provocazione” a vivere la gratuità del dono di sé, nel clima di individualismo sfrenato che sembra dominare questo nostro tempo e un “invito bruciante” a “ricapitolare” la nostra vita, per divenire in questo mondo “semplicemente cristiani”.
Sr. Patrizia – Valserena
Il monaco sopravvissuto Jean-Pierre Schumacher davanti ai ritratti dei confratelli trappisti uccisi nel 1996 nella cappella del monastero di Midelt, in Marocco.
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