Analisi dell’opera L’iris selvatico di Louise Glück
INTRODUZIONE
Ogni poesia quasi fugge dall’autore, dalla sua intimità da cui profondamente attinge per poi stendersi verso i cuori dei lettori, che si sentono attraverso essa raccontati e descritti.
Il dono poetico ha questo in comune con tali grazie [quelle concesse all’anima non per se stessa, ma per le altre anime n.d.A]: non si è poeti nel senso pregnante della parola solo per se stessi, ma per il pubblico: il dono poetico corrisponde, nell’ordine naturale, a quello che è il dono profetico nell’ordine sovrannaturale.
Con questo grande magnetismo, si viene conquistati dalla scrittura poetica di Louise Glück2, poetessa contemporanea statunitense. In particolare, ricca di profondità e significati, è la silloge L’iris selvatico3, che prende nome dalla poesia che ne dà apertura.
Massimo Bacigalupo, curatore e traduttore dell’opera, presenta Louise Glück nel suo saggio, pubblicato in appendice della pubblicazione in lingua italiana, in questo modo:
Dopo sei raccolte edite fra 1968 e 1990 e accolte con favore dai lettori, […] Louise Glück, newyorkese residente in Vermont, pubblica alla vigilia dei cinquant’anni L’iris selvatico (1992) per cui riceve il Premio Pulitzer. È ormai una delle autrici americane più stimate, abbastanza schiva e individuale, compagna ideale di altre poetesse statunitensi del Novecento.
La Louise nelle sue poesie si racconta, o meglio, permette alle poesie di raccontare quell’umanità che risuona nella sua vita. Una vita dove, tra prove e dolori, sempre nasce quel lirico richiamo alla trascendenza irriducibile di ogni persona. Autobiografica persino nel citare i nomi del marito e del figlio, scopre lei stessa la sua poesia mentre la scrive, perseguendo la via della sapienza socratica attraverso gli indizi dello stupore.
Lo stupore è il punto che accende la percezione e che innesca la scintilla della costruzione poetica che dà voce alla sua più profonda intimità e dove trova posto il suo passato e il suo presente: «si sente vicina ai poeti del passato pensandosi letta dai posteri».
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