Storia della comunità dalla fondazione fino al 1996
Introduzione
La celebrazione liturgica durante la quale sono stati beatificati i 19 martiri dell’Algeria, l’8 dicembre 2018, ci ha riuniti a Orano nel ricordo vibrante di tutti quei fratelli cristiani che hanno dato la loro vita, come tanti fratelli musulmani algerini, durante il tragico periodo degli anni ‘90. Eravamo tutti lì per ricordare, ringraziare, e allo stesso tempo per scrivere insieme la continuazione di una storia che risale a molto tempo fa.
Sette dei nuovi Beati erano monaci cistercensi della comunità di Nostra Signora dell’Atlante, fondata in Algeria nel 1934 dall’Abbazia di Notre Dame de la Delivrance. Trent’anni dopo, all’indomani dell’indipendenza dell’Algeria, il monastero sfuggì per un pelo alla chiusura. Contro ogni previsione, e grazie al provvidenziale intervento di Mons. Duval, all’epoca arcivescovo di Algeri, la comunità fu rilanciata dai monaci di tre abbazie dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza (OCSO), in un momento in cui si avvertiva nella Chiesa il soffio dello Spirito, che fu il motore del Concilio Vaticano II. Oggi, nella città di Midelt, nell’Alto Atlante marocchino, questa stessa comunità continua ad essere un «segno sulla montagna»: un segno di presenza cristiana orante in mezzo a gente musulmana orante, un segno della speranza invincibile del Vangelo.
Presentiamo qui un resoconto, necessariamente conciso, della storia di una delle comunità più fragili dell’Ordine. È la storia di una fecondità segreta, di cui la beatificazione dei nostri fratelli Bruno, Célestin, Christian, Christophe, Luc, Michel e Paul è l’espressione più bella, e che brilla oggi nell’OCSO, nella Chiesa e nel mondo, con la luminosità del mistero pasquale di Cristo.
La prima presenza di monaci cistercensi in Algeria risale a quasi un secolo prima della fondazione del monastero di N.-D. de l’Atlas, essendo la comunità di N.-D. de Staouëli il primo monastero trappista maschile fondato in terra musulmana, a metà del XIX secolo. Le vite di queste due comunità, separate da trent’anni di assenza dei monaci in Algeria, non si fondono, ma la loro storia rimane legata dalla rete degli eventi.
La trappa di Staouëli (1843-1904)
Nel settembre 1843, l’abbazia cistercense di Notre-Dame d’Aiguebelle inviò un primo gruppo di monaci in Algeria, in risposta all’appello delle autorità francesi che contavano sulle conoscenze e le abilità dei trappisti per sviluppare la politica di colonizzazione agricola. Una ventina di religiosi vennero a stabilirsi nella pianura di Staouëli, a 17 km da Algeri su una vasta proprietà di 1020 ettari che il governo coloniale aveva concesso loro temporaneamente.
I monaci non erano soli nel grande lavoro di costruzione del nuovo monastero, nel dissodamento della terra arida e nell’aratura per i primi raccolti. L’amministrazione militare francese diede loro accesso a fondi finanziari e mise a disposizione attrezzature dell’esercito, un distaccamento di ingeneri e un gruppo di detenuti militari che lavorarono con i monaci e i lavoratori locali. Con il procedere dei lavori più duri, 200 persone, oltre ai monaci, collaborarono alla costruzione della nuova Trappa, la prima nel continente africano.
Il periodo di assestamento fu particolarmente difficile: le condizioni di vita erano austere e la malaria esigeva il suo prezzo. Tra il 1843 e il 1853, una trentina di religiosi morirono a Staouëli, senza contare quelli che erano malati e andarono a morire in Francia. Nonostante ciò, gruppi di monaci arrivarono regolarmente da Aiguebelle e da altre abbazie francesi per sostenere il priorato, che fu eretto in Abbazia nel luglio 1846, dopo soli tre anni dalla sua fondazione. La comunità contava allora 67 religiosi. Negli anni seguenti, la trappa di Staouëli divenne un centro di vita intensa e di attività agricola. Adottando un metodo piuttosto peculiare d’ impostazione, il monastero si integrò nella vita della Chiesa locale così come nel sistema coloniale. La fattoria modello era considerata dalle autorità civili e militari come un potenziale polo di sviluppo, un esempio a partire dal quale si poteva organizzare una colonizzazione più sistematica. Il motto della trappa algerina, Ense, Cruce et Aratro, rivela lo spirito di un’epoca, e per alcuni decenni, N.-D. de Staouëli ha simboleggiato la presenza di un certo tipo di cristianesimo in Algeria. […]
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