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Lectio divina e letture della S. Messa con commenti
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Rito romano
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Fate in modo che i poveri siano i vostri avvocati nel giorno del giudizio. Avete ora molti Lazzari: stanno dinanzi alla vostra porta e hanno bisogno di ciò che ogni giorno, dopo che voi vi siete saziati, cade dalla vostra mensa. S. Gregorio Magno, Omelia 40, 10
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PRIMA LETTURA Ora cesserà l’orgia dei dissoluti. Am 6,1.4-7
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R/. Loda il Signore, anima mia.
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SECONDA LETTURA Conserva il comandamento fino alla manifestazione del Signore. 1Tm 6,11-16
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VANGELO Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Lc 16,19-31
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PERCORSO ESEGETICO
La mitezza del povero attira lo sguardo di Dio che chiama per nome i suoi figli, coloro cioè che affidano a lui tutti i propri bisogni e camminano in pace tra le umiliazioni di questo mondo, attendendo solo dal Signore consolazione e misericordia.
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Gesù, vedendolo disteso e sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: Vuoi guarire? (v. 6)
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DAL VANGELO SECONDO MATTEO, CAP. 5, 1-12 Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. (vv. 3-5)
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DAL VANGELO SECONDO LUCA, CAP. 1, 46-56 Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. (vv. 52-53)
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DAL VANGELO SECONDO LUCA, CAP. 10, 1-20 Rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli. (v. 20b)
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DALLA LETTERA DI S. PAOLO APOSTOLO AI ROMANI, CAP. 8, 14-39 Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. (v. 17)
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DALLA LETTERA DI S. GIACOMO APOSTOLO, CAP. 5, 7-11 Ecco, noi chiamiamo beati quelli che hanno sopportato con pazienza. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione. (v. 11)
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SALMO 12 (11) “Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, io sorgerò - dice il Signore - metterò in salvo chi è disprezzato”. (v. 6)
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SALMO 37 (36) I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace. (v. 11)
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DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA, CAP. 66, 5-14 Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. (v. 13)
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DAL SECONDO LIBRO DI SAMUELE, CAP. 16, 5-14 Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi. (v. 12)
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COMMENTO PATRISTICO
Fate dei poveri i vostri avvocati
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“Un tale era ricco e si vestiva di porpora e bisso e banchettava ogni giorno splendidamente. E c’era un mendicante, di nome Lazzaro, pieno di piaghe, che se ne stava per terra alla porta del ricco” (Lc 16,19). Alcuni credono che il Vecchio Testamento sia più severo del Nuovo ma si sbagliano. Nel Vecchio, infatti, non è condannato il non dare, ma la rapina. Qui, invece, questo ricco non è condannato per aver preso l’altrui, ma per non aver dato il suo. Non si dice ch’egli abbia fatto violenza a qualcuno, ma che faceva pompa dei beni ricevuti. Si può capire, quindi, quale pena dovrebbe meritare colui che ruba l’altrui, se è già condannato all’inferno colui che non dona il proprio. Nessuno perciò si assicuri dicendo: Non ho rubato nulla, mi godo ciò che m’è stato legittimamente assegnato, poiché questo ricco non è stato punito per aver rubato, ma perché si abbandonò malamente alle cose che aveva ricevuto. Lo ha condannato all’inferno quel suo non essere guardingo nella prosperità, il piegare i doni ricevuti al servizio della sua arroganza, il non aver voluto redimere i suoi peccati, pur avendone tutti i mezzi...
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Ma bisogna far bene attenzione anche al modo di narrare usato dalla Verità, quando indica il ricco superbo e l’umile povero. Si dice infatti: “Un tale era ricco”, e poi si aggiunge subito: “E c’era un povero di nome Lazzaro”. Certo, tra il popolo son più noti i nomi dei ricchi, che quelli dei poveri. Perché allora il Signore, parlando di un ricco e di un povero, tace il nome del ricco e ci dà quello del povero? Certo, perché il Signore riconosce e approva gli umili e ignora i superbi. Perciò dice anche ad alcuni che s’insuperbivano dei miracoli da loro operati: “Non vi conosco; andate via da me, gente malvagia” (Mt 7,23). Invece di Mosè è detto: “Ti conosco per nome” (Es 33,12). Del ricco, dunque, dice: “Un tale ricco”; del povero, invece: “Un mendicante di nome Lazzaro”, come se volesse dire: Conosco il povero, umile, non conosco il ricco, superbo; quello lo approvo riconoscendolo, questo lo condanno rifiutando di conoscerlo.
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Bisogna anche osservare con quanta attenzione il nostro Creatore disponga tutte le cose. Il fatto è uno solo, ma non dice una cosa sola. Lazzaro, coperto di piaghe, sta innanzi alla porta del ricco. Da questo unico fatto il Signore ricava due giudizi. Forse il ricco avrebbe avuto una scusa, se Lazzaro povero e piagato non fosse stato proprio alla sua porta, se fosse stato lontano, se la sua indigenza non avesse dato perfino fastidio ai suoi occhi. E se il ricco fosse stato lontano dagli occhi del povero malato, questi avrebbe dovuto sopportare una tentazione meno grave. Ma ponendo il povero e malato alla porta del ricco e gaudente, il Signore, allo stesso tempo, aggrava il titolo di condanna del ricco, che non si commuove alla vista del povero, e fa vedere quanto grande sia la tentazione del povero, che vede ogni giorno lo scialacquio del ricco. Non vedete, infatti, che dura tentazione dovesse essere per il povero non aver neanche il pane, esser malato, e vedere il ricco far feste tra porpora e bisso; sentirsi mordere dalle piaghe e veder quello scialarsela tra tanti beni, aver bisogno di tutto e veder quello che non voleva dar nulla? Che tumulto di tentazioni dev’essere stato nel cuore del povero, per il quale poteva essere già abbastanza la sola pena della povertà, anche se fosse stato sano; e poteva essere abbastanza la malattia, anche se avesse avuto dei mezzi. Ma perché il povero fosse maggiormente provato, fu afflitto contemporaneamente dalla malattia e dalla povertà. Vedeva il ricco muoversi sempre in mezzo a uno stuolo di gente, e lui nessuno lo visitava. E che nessuno lo avvicinasse lo attestano i cani che ne leccavano le piaghe.
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“Morì poi il mendicante e fu portato dagli angeli tra le braccia di Abramo. Morì anche il ricco e fu gettato nell’inferno” (Lc 16,22). Così proprio quel ricco, che in questa vita non volle aver compassione del povero, ora, condannato, ne cerca l’aiuto. Viene aggiunto, infatti: “Alzando gli occhi dai suoi tormenti, vide lontano Abramo e Lazzaro tra le sue braccia e gridò: Padre Abramo, abbi pietà di me. Di’ a Lazzaro che metta il suo dito nell’acqua e ne faccia cadere una goccia sulla mia bocca, perché io brucio in questa fiamma” (Lc 16,23-24). Oh, quant’è sottile il giudizio di Dio! E quant’è misurata la distribuzione dei premi e delle pene! Lazzaro avrebbe voluto le briciole che cadevano dalla mensa del ricco, e nessuno gliele dava; ora il ricco, nel supplizio, vorrebbe che Lazzaro facesse cadere dal dito una goccia d’acqua sulla sua bocca. Vedete, vedete, allora, fratelli, quanto sia stretta la giustizia di Dio. Il ricco non volle dare al povero piagato la più piccola porzione della sua mensa, e nell’inferno è ridotto a chiedere la più piccola delle cose. Negò le briciole e chiede una goccia d’acqua...
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Ma voi, fratelli, conoscendo la felicità di Lazzaro e la pena del ricco, datevi da fare, cercate degli intermediari e fate in modo che i poveri siano vostri avvocati nel giorno del giudizio. Avete ora molti Lazzari; stanno innanzi alla vostra porta e hanno bisogno di ciò che ogni giorno, dopo che voi vi siete saziati, cade dalla vostra mensa. Le parole del libro sacro ci devono disporre ad osservare i precetti della pietà. Se lo cerchiamo, ogni giorno troviamo un Lazzaro; ogni giorno, anche senza cercarlo, vediamo un Lazzaro.
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Categorie: Anno C (2024/25), Letture - rito romano
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Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente, per te esulterà di gioia. Sof 3, 16-17a
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LETTURA Il mio tempio, casa di preghiera per tutti i popoli. Is 56, 1-7
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R/. Signore, conservo nel cuore le tue parole.
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EPISTOLA Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi. Rm 15, 2-7
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VANGELO Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Lc 6, 27-38
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COMMENTO AL VANGELO
Non giudicate, affinché non siate giudicati (Mt 7,1).
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Ma come? Non dovremo, dunque, rimproverare chi pecca? Anche Paolo ci vieta di farlo, o meglio ce lo vieta Gesù Cristo per mezzo di Paolo, con queste parole: “Tu poi perché giudichi tuo fratello? E perché tu disprezzi tuo fratello?” (Rm 14,10). “E chi sei tu che ti fai giudice del servo di un altro?” (Rm 14,4). E ancora: “Perciò non giudicate di nulla prima del tempo, finché non venga il Signore” (1Cor 4,5). Ma perché, poi, in un’altra circostanza lo stesso Apostolo aggiunge: “Riprendi, correggi, esorta” (2Tm 4,2)? E altrove ripete: “Quelli che peccano, riprendili alla presenza di tutti” (1Tm 5,20). E Cristo dice a Pietro: “Se il fratello tuo ha peccato contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo. Se poi non ascolta, prendi con te un’altra persona se neppure così dà ascolto, dillo alla Chiesa” (Mt 18,15-17). Perché Cristo invita tante persone, non soltanto a rimproverare, ma anche a punire coloro che peccano? Egli ordina, infatti, di considerare il peccatore ostinato, che non dà ascolto a nessuno, come il gentile e il pubblicano (cfr. Mt 18,17). E perché ha dato anche le chiavi del cielo ai suoi apostoli? Se essi non possono giudicare, non hanno nessuna autorità su alcuno e, perciò, invano hanno ricevuto il potere di legare e di sciogliere. E d’altra parte se ciò prevalesse, la libertà cioè di peccare senza che nessuno ci rimproveri, tutto precipiterebbe in rovina, sia nella Chiesa, come nelle città e nelle famiglie. Se il padrone non giudicasse il suo servo, e la padrona la sua domestica, il padre il proprio figlio e l’amico il suo amico, la malvagità di certo aumenterebbe. E non soltanto l’amico deve giudicare l’amico, ma noi dobbiamo giudicare anche i nemici, poiché non facendolo non potremo mai sciogliere ed eliminare l’inimicizia esistente fra loro e noi, e tutto sarebbe sconvolto.
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Qual è dunque il senso preciso di queste parole del Vangelo? Esaminiamole con cura, in modo che nessuno sia tentato di vedere in questo comando, che costituisce un rimedio di salvezza e di pace, uno strumento di sovversione e di turbamento. Soprattutto attraverso le parole che seguono, Cristo dimostra la forza e l’efficacia di questo precetto: «Perché – egli chiede – osservi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non badi alla trave che è nell’occhio tuo?». Può darsi che questa spiegazione appaia ancora oscura a molti spiriti pigri: io cercherò per questo di chiarirla, prendendo in esame il discorso. Mi sembra dunque che Cristo non vieti in senso assoluto di giudicare qualsiasi peccato, che non neghi questo diritto genericamente a tutti, ma a coloro che, pieni di un’infinità di vizi, condannano insolentemente gli altri per lievi colpe. E a me pare che qui egli voglia riferirsi anche ai Giudei, che erano severi censori delle più piccole colpe del prossimo, mentre essi non si accorgevano di essere colpevoli di peccati ben più gravi. Questa stessa cosa, infatti, Cristo ripete verso la fine del Vangelo, rimproverando i Giudei: “Affastellano carichi gravi e difficili a portarsi, e li impongono sulle spalle degli altri; ma essi non vogliono smuoverli con un dito” (Mt 23,24). E ancora: “Voi pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e avete tralasciato le cose più gravi della legge: la giustizia, la misericordia, la fedeltà” (Mt 23,23). Contro questi stessi Giudei – mi sembra – Cristo parla ora con forza, reprimendo in anticipo le accuse che essi lanceranno anche contro i suoi discepoli. I farisei, infatti, li accusarono di peccato per delle cose che non erano affatto peccati, come il non osservare il sabato, mangiare senza lavarsi le mani e sedersi alla stessa mensa con i pubblicani; il che fu stigmatizzato altrove: “Col filtro togliete il moscerino e ingoiate il cammello” (Mt 23,24). Ma Cristo stabilisce qui, contro tali giudizi, una legge comune e valida per tutti.
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Anche Paolo non vietava ai Corinti di giudicare genericamente, ma proibiva soltanto di giudicare chi era loro preposto e li guidava, e su questioni ancora incerte e non chiare. Non vietava loro di correggere i peccatori. Il divieto che egli formulava non si rivolgeva a tutti indistintamente, ma solo a quei discepoli che osavano giudicare e condannare i loro maestri, e a coloro che, colpevoli di mille colpe, ardivano lanciare accuse atroci contro persone innocenti.
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È proprio questo che Gesù Cristo vuol far capire qui: e non soltanto lo fa capire, ma con queste altre parole incute pure un grande timore e minaccia l’inevitabile supplizio: “Poiché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati” (Mt 7,2). Non è vostro fratello – egli dice – che voi condannate, ma voi stessi; siete voi che vi preparate un temibile tribunale, davanti al quale dovrete rendere conto rigoroso del vostro comportamento. Come Dio ci perdonerà i nostri peccati nella misura in cui noi avremo perdonato agli altri, così anche ci giudicherà nella misura in cui avremo giudicato gli altri. Non dobbiamo, quindi, né ingiuriare, né insultare coloro che peccano, ma dobbiamo avvertirli. Non bisogna dirne male e diffamarli, ma consigliarli. Dobbiamo correggerli con amore e non insorgere contro di loro con arroganza. Se trattate il vostro prossimo senza rispetto e senza pietà quando dovrete decidere dei suoi errori e determinare le sue colpe, non sarà lui, ma voi a essere condannati all’estremo supplizio.
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Vedete come sono lievi questi due comandi di Gesù, e come essi costituiscono in effetti una sorgente di grandi beni per coloro che li praticano e, per conseguenza, di mali per quanti li trascurano? Chi perdona suo fratello, libera se medesimo da ogni accusa, prima ancora che suo fratello, senza che gli costi alcun sacrificio. Chi giudica le colpe degli altri con moderazione e con indulgenza, accumula in tal modo per se stesso un grande tesoro di misericordia. Qualcuno potrebbe dirmi a questo punto: Ma se un uomo cade nella fornicazione, non gli si dovrà dunque dire che la fornicazione è un male e non si dovrà correggerlo con energia per il suo peccato? Correggilo, certo, però, non come se tu fossi un nemico che chiede giustizia, ma comportandoti come un medico che prepara il rimedio per guarire il malato. Cristo non ti disse di non impedire al prossimo di peccare, ma ti ordinò di non giudicare, cioè di non diventare un giudice aspro e severo. Inoltre egli non parla qui, come ho già cercato di chiarire, dei grandi peccati, dei delitti gravissimi, ma di quelle colpe che paiono tali e non lo sono.
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Ecco infatti che dice: “Perché osservi la pagliuzza che è nel l’occhio del tuo fratello?” (Mt 7,3). Questa è una colpa in cui cadono tuttora molti uomini. Se vedono che un religioso ha un abito in più, subito gli rinfacciano la regola di povertà che il Signore ha dato; ma non tengono conto che essi rubano a più non posso e ogni giorno accumulano ingiuste ricchezze. E se vedono che prende un po’ più di cibo, subito assumono il ruolo dei severi accusatori, essi che passano tutta la loro vita negli eccessi del bere e del mangiare. Non si accorgono che così facendo attirano sul loro capo, oltre a quanto già meritano per i loro delitti, un fuoco ancor più intenso e che, giudicando gli altri in tal modo, privano se stessi di ogni scusa e attenuante.
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Categorie: Anno C (2024/25), Letture - rito ambrosiano
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