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Lectio divina e letture della S. Messa con commenti
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Rito romano
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Beato colui che a ogni dono, torna a colui nel quale c’è la pienezza di tutte le grazie; poiché quando ci mostriamo grati di quanto abbiamo ricevuto, facciamo spazio in noi stessi a un dono maggiore. S. Bernardo di Chiaravalle, De diversis, 23, 7
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PRIMA LETTURA Tornato Naamàn dall’uomo di Dio, confessò il Signore. 2Re 5,14-17
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R/. Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
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SECONDA LETTURA Se perseveriamo, con lui anche regneremo. 2Tm 2,8-13
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VANGELO Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero. Lc 17,11-19
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PERCORSO ESEGETICO
L’umiltà che attira lo sguardo del Signore consiste nel riconoscere la propria insipienza, volgendosi a Gesù come unico Maestro, che con la sua parola di verità tutto risana.
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DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI, CAP. 6, 59-70 Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. (vv. 68-69)
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DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI, CAP. 13, 1-20 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. (vv. 13-14)
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DAL VANGELO SECONDO MATTEO, CAP. 23, 1-12 E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. (v. 10)
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DAL VANGELO SECONDO LUCA, CAP. 1, 46-55 Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. (vv. 47-48a)
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SALMO 139 (138) Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo. (v. 6)
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SALMO 147 (146-147) Il Signore si compiace di chi lo teme, di chi spera nella sua grazia. (v. 11)
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DAL LIBRO DI GIOBBE, CAP. 42 Chi è colui che, senza aver scienza, può oscurare il tuo consiglio? Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo. (v. 3)
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DAL LIBRO DELLA SAPIENZA, CAP. 16, 5-14 Non li guarì né un’erba né un emolliente, ma la tua parola, o Signore, la quale tutto risana. (v. 12)
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DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA, CAP. 66 Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola. (v. 2b)
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DAL LIBRO DEL PROFETA GEREMIA, CAP. 8, 4-12 Essi hanno rigettato la parola del Signore, quale sapienza possono avere? (v. 9b)
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COMMENTO PATRISTICO
Il lebbroso Samaritano, guarito dalla sua schifosa malattia, figura del peccato, insieme ai nove lebbrosi di nazionalità giudaica, rappresenta la stirpe disprezzata dei gentili ammessa, da principio quasi furtivamente e per aggiunta, alla partecipazione delle grazie destinate alle pecorelle smarrite della casa di Israele (Mt 15,24). La diversa condotta di questi dieci uomini di fronte al miracolo che li riguarda, risponde all’atteggiamento dei due popoli, dei quali essi sono figura, verso la salvezza portata al mondo dal Figlio di Dio. Dimostrano cioè, una volta ancora, il principio stabilito dall’apostolo: “Non sono Israeliti tutti quelli che sono nati da Israele, non sono figli di Abramo tutti coloro che discendono da lui, ma in Isacco, dice la Scrittura (Gen 21,12), è stabilita la stirpe, che porterà il suo nome, ed è come dire che non sono i figli nati dalla carne i figli di Dio, ma i figli della promessa, nati dalla fede di Abramo, i quali formano davanti al Signore la sua vera discendenza” (Rm 9,6-8).
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La Chiesa ama ritornare sul confronto dei due testamenti e sul contrasto evidente fra i due popoli e perciò, prima di andare oltre, occorre rispondere alla meraviglia che tale insistenza desta nelle anime poco abituate alla santa Liturgia. La forma di spiritualità, che oggi sostituisce in molti l’antica vita liturgica dei nostri padri, dispone molto mediocremente ad entrare in questo ordine di idee. Abituati a vivere soltanto di fronte a se stessi e alla verità, come essi la concepiscono, riducendo la perfezione all’oblio di ogni altra cosa, non sorprende che non possano capire questo continuo ritorno al passato, che essi credono scontato da secoli.
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Però la vita interiore degna davvero di questo nome non è quello che essi pensano; nessuna scuola di spiritualità, né oggi né mai, considerò virtù la dimenticanza dei grandi eventi della storia che interessano la Chiesa e Dio stesso. Che cosa avviene, anche troppo spesso, da questo abbandono della Madre comune da parte dei suoi figli? Per giusta punizione, nell’isolamento creato dalle loro preghiere private, essi perdono di vista lo scopo principale della preghiera, che è l’unione nell’amore. In essi la meditazione si spoglia del carattere di conversazione con Dio, che tutti i maestri di vita spirituale le assegnano, diventa sterile esercizio di analisi, di ragionamento in cui l’astrazione regna sovrana.
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Dopo il grande evento dell’Incarnazione del Verbo, venuto sulla terra per manifestare Dio nella successione dei tempi, per mezzo del Cristo e dei Suoi membri (2Cor 4,10-11), nulla è più importante, nulla che abbia interessato e interessi il cuore di Dio quanto la scelta dei due popoli chiamati da Lui successivamente a godere della sua amicizia. I doni e le chiamate di Dio non conoscono pentimenti e i Giudei, oggi nemici, perché respingono il Vangelo, non sono meno amati e carissimi, per merito dei loro padri (Rm 11,28-29). Verrà perciò il tempo, che il mondo aspetta, nel quale, ritirata la condanna di Israele, cancellate le sue iniquità, avranno pieno compimento (Rm 11,25-27) le promesse fatte ad Abramo, Isacco e Giacobbe e allora apparirà l’unità divina dei due testamenti: i due popoli si fonderanno in uno solo, sotto il Cristo loro capo (Ef 2,14).
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Compiuta allora in modo perfetto l’alleanza di Dio, come Egli la volle nei suoi eterni disegni, avendo la terra dato il suo frutto (Sal 66,7), avendo il mondo raggiunto il suo fine, le tombe restituiranno i loro morti (Rm 11,15) e la storia terminerà quaggiù, per lasciare che l’umanità glorificata sbocci alla pienezza della vita, sotto lo sguardo eterno di Dio.
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Insegnamento di questo miracolo.
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Riprendiamo brevemente la spiegazione letterale del Vangelo. Il Signore preferisce istruirci con simboli, invece di manifestare la sua potenza, e perciò non restituisce prontamente la salute a quelli che la invocano, come fece in circostanze simili altra volta. “Lo voglio, sii guarito” disse un giorno ad uno di quegli sventurati che, all’inizio della sua vita pubblica, invocava il suo soccorso, e la lebbra era sparita (Mt 8,3). I lebbrosi del Vangelo di oggi sono invece liberati soltanto mentre vanno a presentarsi ai sacerdoti. Come aveva fatto con il primo, Gesù li invia ai sacerdoti, dando, dall’inizio al termine della Sua vita mortale, esempio del rispetto dovuto alla legge antica, fino a quando non sarà abrogata. La legge infatti dava ai discendenti di Aronne il potere non di guarire, ma di costatare la lebbra e di affermarne la guarigione (Lv 13), quando fosse avvenuta. È però giunto il tempo di una legge più augusta di quella del Sinai, di un sacerdozio che non giudicherà dello stato dei corpi, ma che, con sentenza di assoluzione, cancellerà la lebbra delle anime. La guarigione, che i dieci lebbrosi ottengono prima di incontrare i sacerdoti che cercano, dovrebbe bastare per rendere loro evidente che nell’Uomo-Dio è la potenza del nuovo sacerdozio annunziato dai Profeti.
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Categorie: Anno C (2024/25), Letture - rito romano
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Apparve una folla immensa, che nessuno poteva contare, di ogni gente, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello e gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, che siede sul trono, e all'Agnello». Ap 7, 9a-b. 10
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LETTURA Verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue. Is 66, 18b-23
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R/. Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
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EPISTOLA Gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio: tali eravate anche voi, ma siete stati santificati in Cristo e nello Spirito. 1Cor 6, 9-11
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VANGELO Il regno è simile a una rete che raccoglie ogni genere di pesci. Mt 13, 44-52
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COMMENTO AL VANGELO
La perla preziosa è la carità
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Se ricordate, noi già abbiamo affermato, proprio all’inizio della lettura di questa Epistola, che nulla vi è tanto raccomandato quanto la carità. Anche se Giovanni tratta ora questo, ora quest’altro argomento, sempre poi ritorna su questo punto, volendo ricondurre al dovere della carità tutto quello che ha esposto. Vediamo se, anche qui, fa così. Fa’ attenzione a queste parole: “Chi è nato da Dio, non pecca” (1Gv 3,9). Ci domandiamo di quale peccato si tratta; non certo di qualunque peccato, perché saremmo in contraddizione con l’altro passo che dice: “Se diremo di non aver peccato, ci inganniamo e la verità non è in noi (1Gv 1,8)”. Voglia allora dirci quale peccato intende, ci istruisca, perché io non venga giudicato temerario nell’asserire che esso è la violazione della carità, come si può ricavare dalle sue stesse parole precedenti: “Chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre accecano i suoi occhi” (1Gv 2,11). Forse ha dato ulteriori spiegazioni affermando esplicitamente che si tratta della carità. Vedete che tutti questi diversi modi di esprimersi portano alla medesima conclusione. “Chiunque è nato da Dio, non pecca, perché in lui rimane il seme di Dio”. Il seme di Dio è la parola di Dio, per cui l’Apostolo può dire: “Io vi ho generato per mezzo del Vangelo (1Cor 4,15). Quest’ uomo non può peccare, perché nato da Dio”. Ma ci dica l’Apostolo in che senso non può peccare. “A questo segno sono riconoscibili i figli di Dio e i figli del diavolo. Chi non è giusto, non viene da Dio ed altrettanto chi non ama il proprio fratello” (1Gv 3,10). È ormai certo chiaro del perché dice: “Chi non ama il proprio fratello”. Solo l’amore dunque distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. Se tutti si segnassero con la croce, se rispondessero amen e cantassero tutti l’Alleluja; se tutti ricevessero il Battesimo ed entrassero nelle chiese, se facessero costruire i muri delle basiliche, resta il fatto che soltanto la carità fa distinguere i figli di Dio dai figli del diavolo. Quelli che hanno la carità sono nati da Dio, quelli che non l’hanno non sono nati da Dio. È questo il grande criterio di discernimento. Se tu avessi tutto, ma ti mancasse quest’unica cosa, a nulla ti gioverebbe ciò che hai; se non hai le altre cose, ma possiedi questa, tu hai adempiuto la Legge. “Chi infatti ama il prossimo” – dice l’Apostolo – “ha adempiuto la Legge; e, il compimento della Legge è la carità” (Rm 13,8 Rm 13,10). La carità è, a mio parere, la pietra preziosa, scoperta e comperata da quel mercante del Vangelo, il quale per far questo, vendette tutto ciò che aveva (Mt 13,46). La carità è quella pietra preziosa, non avendo la quale nessun giovamento verrà da qualunque cosa tu possegga; se invece possiedi soltanto la carità, ti basterebbe essa sola. Adesso vedi nella fede ma un giorno vedrai direttamente. Se noi amiamo fin da adesso il Signore che non vediamo, come l’ameremo quando lo vedremo direttamente? Ma in quale campo dobbiamo esercitare questo amore? In quello della carità fraterna. Potresti dirmi che non hai mai visto Dio; non potrai mai dirmi che non hai visto gli uomini. Ama dunque il tuo fratello. Se amerai il fratello che tu vedi, potrai contemporaneamente vedere Dio, poiché vedrai la carità stessa, e Dio abita nella carità.
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Categorie: Anno C (2024/25), Letture - rito ambrosiano
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