M. Papalini, La maternità spirituale in Santa Chiara d’Assisi

M. Papalini, La maternità spirituale in Santa Chiara d’Assisi

Ringraziamo vivamente il prof Mauro Papalini * per questo articolo che non abbiamo pubblicato nell’ultimo numero di Vita Nostra, ma che offriamo ai lettori in occasione della festa di Santa Chiara.

 

Premessa

Quando si parla di Maternità spirituale si pensa a grandi figure come Ildegarda di Bingen, che hanno lasciato opere spirituali e dottrinali ed hanno avuto discepoli e continuatori. S. Chiara d’Assisi (c. 1193-11 agosto 1253) non rientra in questa categoria; i suoi scritti sono pochi e brevi, anche se molto densi: la Regola del 1253 (prima regola scritta da una donna), 4 lettere alla principessa Agnese di Praga ed una ad Ermentrude di Bruges, il Testamento e la benedizione; non lasciò discepoli né nuove concezioni teologiche. Eppure la sua esperienza di vita, così unica, ha dato origine a uno degli ordini femminili più importanti della Chiesa.

Se si vuole scoprire la vera essenza della maternità in Chiara d’Assisi bisogna sottolineare che ella non si sentì mai madre, anche se si comportò come tale, piuttosto figlia e serva; da qui partiremo per analizzare gli aspetti fondamentali del suo governo.

Figlia

Per comprendere bene lo spirito di Chiara dobbiamo affrontare la questione più importante: l’Altissima povertà. Seguendo l’esempio di Francesco di Pietro di Bernardone, che verso il 1206 aveva rinunciato a tutti i suoi beni per vivere libero, totalmente affidato al Padre che è nei cieli, così la giovane e nobile Chiara di Favarone all’inizio della sua conversione, 1211-1212, vendette tutta la sua parte di eredità paterna e diede il ricavato ai poveri. Così commenta l’autore della Legenda Sanctae Clarae virginis, prima biografia della santa:

«Da allora, lasciato fuori il mondo, sentendosi arricchita spiritualmente, corre libera senza sporta dietro a Cristo. Di poi stringe un patto con la santa povertà e ne ebbe tanto amore da non voler nient’altro che il Signore Gesù, e non permetteva che le sue discepole possedessero alcunché».

            E aggiunge:

«Cercava di conformarsi al Crocifisso povero con perfettissima povertà, perché nessuna cosa destinata a perire staccasse l’amante dall’amato, o le potesse impedire di camminare con il Signore».

La vita di Chiara, per volontà dell’Altissimo Padre celeste e sotto la guida di Francesco, passa attraverso un’esperienza di povertà materiale e morale che ella stessa definisce con diversi termini: «povertà, fatica, tribolazione, viltà e disprezzo del mondo». La sua vita di povertà include quindi tre momenti fondamentali e cioè: «uno spalancarsi di fronte al Padre» con fiducia illimitata nelle promesse evangeliche fatte ai poveri; «un abbandonarsi infinito e senza calcoli» allo stesso Padre che è «datore di ogni bene»; infine «un riposare liberi con il cuore sgombro da ogni preoccupazione umana» nelle mani di quel Padre, l’Altissimo, che sa quanto occorre ai suoi figli.

Questa è la vera essenza, la radice autentica dell’Altissima povertà in Chiara e Francesco. Non furono certo loro a scoprire per primi la povertà: tra il XII e il XIII secolo molti movimenti facevano di essa la loro bandiera, ma c’era in essi una componente di contestazione alla Chiesa ricca ed opulenta e alcuni sfociarono anche nell’eresia. Nei santi assisiati non c’è niente di tutto questo: essi rinunciarono volontariamente ai beni materiali per essere completamente liberi di dedicarsi a Dio, l’unico vero Padre, e per seguire Cristo povero e crocifisso, l’unica ragione di questa scelta di vita, adottando come unica guida il Vangelo. In essi non vi fu mai nessuna contrapposizione alla Chiesa ufficiale nemmeno quando le loro idee cozzavano con l’impostazione della vita religiosa portata avanti dalla Sede apostolica dopo il Concilio Lateranense IV.

La povertà li rendeva liberi, senza preoccupazioni di natura materiale, per abbandonarsi totalmente a Colui che, se nutre gli uccelli del cielo e riveste i gigli del campo, non provvederà forse a sostenere i suoi figli che lo servono con tanto amore e dedizione? (cfr. Mt 6, 24-34).

Lo spirito con cui Chiara e le sorelle vivevano la povertà è ben sintetizzato dai documenti di approvazione da parte della Chiesa della regola scritta da lei stessa. Il card. Rainaldo di Ostia afferma:

«Giacché voi, dilette figlie in Cristo, avete disprezzato le vanità e le delizie del mondo, e seguendo le orme dello stesso Cristo e della sua santissima Madre, avete eletto di abitare in clausura e di servire il Signore in povertà somma, perché con libertà di spirito possiate servire il Signore, …  la forma di vita ed il metodo della santa unità e dell’altissima povertà che il vostro padre san Francesco vi ha lasciato da osservare con la parola e con lo scritto, annotata nel presente documento, noi la confermiamo per sempre».

            E Innocenzo IV nella sua bolla di approvazione della regola conferma:

«Ora, da parte vostra ci è stato richiesto umilmente che la forma di vita, nella quale dovete vivere in comune unità di spirito e di povertà altissima, datavi dal beato Francesco e da voi accettata spontaneamente… noi dovessimo confermare con autorità apostolica».

Nel cap. VI della regola, Chiara spiega con molta precisione in che cosa consiste praticamente l’altissima povertà:

«Come io fui sempre sollecita di custodire con le mie suore la santa povertà che promettemmo al Signore Dio e al beato Francesco: così le abbadesse che mi succederanno nel governo e tutte le suore siano tenute ad osservarla inviolabilmente fino alla fine: non ricevendo né ritenendo possessioni o proprietà né personalmente né per mezzo di altri, e nemmeno quanto ragionevolmente può esser detto proprietà, se non quel poco di terra sufficiente per l’onestà e l’isolamento del monastero; né quella terra venga lavorata, se non come orto per loro necessità».

Nel capitolo VIII poi fornisce la vera essenza ed il fine ultimo dell’altissima povertà precisando con forza:

«Le suore non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né cosa alcuna; e come pellegrine e forestiere in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà, mandino con confidenza per l’elemosina; né devono vergognarsene, poiché il Signore si fece per noi povero in questo mondo. Questo è quel vertice della povertà altissima, che rese voi, mie carissime sorelle, eredi e regine del regno dei cieli, vi ha rese povere di sostanze, ma vi ha sublimato di virtù. Questa sia la vostra porzione che conduce alla terra dei viventi, a cui, dilettissime sorelle, restando totalmente unite, nient’altro cercate sotto il cielo per sempre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e della sua Madre santissima».

Chiara fu fedele all’altissima povertà fino alla morte, come dimostra il celebre episodio del drammatico incontro tra la santa e Gregorio IX di cui parleremo; va comunque precisato che la regola di S. Chiara fu approvata da Innocenzo IV solo per il monastero di S. Damiano, poi le comunità damianite presero altre strade con la regola di Urbano IV che non seguì gli insegnamenti di Chiara sulla povertà. (segue)

Vedi

Sull’Autore:

Mauro Papalini, sono di Perugia, cieco dalla nascita, sono felicemente sposato con Margherita. Dopo aver frequentato la scuola dell’obbligo in un istituto per ciechi di Roma e le superiori nella mia città, mi sono laureato in lingue con specializzazione in filologia romanza all’Università degli studi di Perugia. La storia mi ha appassionato dai tempi della scuola; all’università illustri docenti mi hanno comunicato la passione per la filologia. Mi sono sempre occupato di spiritualità femminile cominciando a studiare le monache Agostiniane. Poi ho conosciuto la figura della Ven. Chiara Isabella Ghersi, Clarissa: ciò mi ha permesso di entrare in rapporti di amicizia con le Clarisse che, da allora, sono l’oggetto principale dei miei studi, specialmente dal punto di vista storico, giuridico- economico e mistico. Collaboro con le riviste di storia: Archivum Franciscanum Historicum, Collectanea franciscana, Claretianum, etc.

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