M. I. Angelini, “Hanno acquisito una sorta di istinto soprannaturale che ha loro permesso di rinnovare la propria mente”

M. I. Angelini, “Hanno acquisito una sorta di istinto soprannaturale che ha loro permesso di rinnovare la propria mente”

1. Premessa

È gioia, essere qui. Essere con voi. Essere in questo luogo. Ospiti di questo evento. Che ha alcuni tratti di inedito: oltre ogni “recinto”. Potrebbe questo incontro, abitato dallo Spirito, diventare un segno profetico – essere qui, molte, molti, una sola passione. A interrogarsi su come si possa essere trasformati dalla forma di vita del Figlio, di Gesù, Verbo di Dio fatto carne. È gioia: grazie.

Eppure, tutto è iniziato, per me, come un certo spavento: l’invito, e il tema specifico assegnatomi, mi hanno dato – appena ricevuti – la prima impressione di uno sbaglio d’indirizzo. Che cosa mi si chiedeva? Per sé mi appariva un argomento massimamente attraente, ma tanto “liquido” da richiedere molto tempo (interiore, oltre che cronologico) per arrivare a dire alcunché di sensato, senza polemiche, in uscita da secolari equivoci. Poiché io ritengo che la categoria di “contemplazione” sia intrinsecamente segnata in modo equivoco dalla sua origine intellettualistica, ben presto discosta dalla matrice biblica dell’atto di contemplare. Né è bastata la storia, peraltro ricca e avvincente, delle successive interpretazioni nella spiritualità cristiana d’occidente, a riconsegnare la sua luce evangelica al linguaggio della contemplazione. Di qui il mio iniziale spavento, disagio.

Poi sono stata rassicurata. Si trattava solo di una testimonianza, in base al vissuto. E questo cerco ora di proporre. Consapevole dei limiti di un discorso che, nei limiti fissati, non può che restare allusivo.

Non si può ignorare, tuttavia, il ricco e complesso lavorio di pensiero, di ricerca, di accesi confronti, che nell’esperienza e riflessione cristiana d’occidente, sta sotto la categoria di “dimensione contemplativa”. Lavorìo attraverso secoli e millenni, al succedersi delle culture.

2. Nel solco di antica ricerca

Tutta questa storia di sofferta umana cultura che ci precede non ci lascia indenni, e impedisce di parlare in modo generico di “dimensione contemplativa”. Siamo segnati da un secolare tragitto, ricerca della mente e del cuore. Attraverso tale processo – che includeva teologia, istituzioni, disciplina -, la dimensione contemplativa è stata recepita nel vissuto e nel pensiero propriamente cristiano, solo a sprazzi e con difficoltà, superando le contrapposizioni antiche tra visione intellettuale e ascesi,tra “azione”/ “contemplazione”, “interiore”/ “esteriore”, legge / vangelo, che invece il Vangelo di Gesù, Verbo di Dio incarnato, ha radicalmente dissolto, ricomponendo l’unità originaria dell’esperienza religiosa – cioè del legame con Dio – nella categoria dell’ascolto.

In Gesù, contemplazione è stile di vita, è modo di abitare il mondo, inseparatamente sguardo e dinamismo dell’atto. Stile, sintetizzato nella parola che la Lettera agli Ebrei gli attribuisce quale unica chiave d’ingresso nel mondo: “Eccomi” (Eb 10,7), che vuol dire: “Io, qui”.

Stranamente, la parola greca per contemplare, qewrew (guardare attentamente, scrutare), in latino è tradotta per lo più con contemplari. Se il significato etimologico della parola “contemplare”, di origine latina, propriamente è: “l’osservare attento da parte dell’àugure del volo degli uccelli, entro uno spazio aperto e delineato detto templum, per conoscere il volere degli dei”, ebbene: Gesù disegna in modo radicalmente altro lo spazio del “templum”.  …

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