M.G. Lepori, Cosa imparare da questa quarantena globale? Riflessioni di un monaco

Cursos de La Granda, Asturias, 27.08.2020

Il ruolo del monaco nella confusione della storia 

Sono invitato a parlare in quanto monaco di ciò che la quarantena globale ci può insegnare. Viviamo un tempo di incertezza e confusione, e non solo da quando c’è la pandemia di Covid-19. La scena del “gran teatro del mondo” che è la storia sembra sfuggita di mano al Regista e agli attori. Il gioco delle libertà, tutte impegnate ad ottenere il proprio interesse, è diventato un groviglio inestricabile. Cosa può esprimere ed eventualmente proporre un monaco in quanto monaco dentro questa situazione?

In un libro dedicato al monastero di Optina, Vladimir Kotel’nikov scrive che “la figura dello starec [Makarij] come spina dorsale spirituale del mondo che a lui si rivolgeva, rigenerava la struttura cristocentrica del mondo stesso” (L’eremo di Optina e i Grandi della cultura russa, Milano 1996, p. 105). Dello starec Amvrosij, quello a cui si ispirò Dostoevskij per la figura dello starec Zosima de’ I fratelli Karamazov, scrive che “introduceva chi ricorreva a lui nel mondo cristocentrico ordinato e luminoso in cui si trovava lui stesso, in cui la persona ritrovava l’ordine, la libertà e la forza di opporsi al caos dell’esistenza e insieme alle debolezze della vita.” (ibidem, p. 147).

Mi rendo conto che se la vocazione monastica deve avere un ruolo sulla scena della storia, questo ruolo dovrebbe essere appunto di aiutare tutti gli attori a trovare una via d’uscita dalla confusione. Uscire dalla confusione non significa uscire dalla scena del mondo, ma ritrovare il fattore di unità del processo della storia.

Come ritrovarlo? Anzitutto ritrovando la coscienza che questo fattore di unità non lo creiamo noi. È un “fattore” nel senso letterale del termine, è un Soggetto “che fa”, che opera, e non un prodotto delle nostre mani o della nostra mente. Dio ha confuso le lingue dei costruttori della torre di Babele, non perché fosse geloso della loro opera, ma perché essi si illudevano di essere loro stessi i garanti della sua unità e armonia (cfr. Gen 11,1-9).

Il vero fattore di unità per tutta la scena del gran teatro dell’universo è la libertà amante di Dio che crea e permette tutto con un senso, con un disegno. Per questo, non si esce dalla confusione della società, della cultura e della storia, o di un’esistenza personale, senza fermarsi ad ascoltare il Fattore e Regista dell’universo. Solo Lui può suggerirci ciò che ad ogni momento epocale ci permette di assumere un ruolo nella storia che aiuti noi e gli altri ad uscire dalla confusione.

Dio non rinuncia alla nostra libertà 

In tutto questo però è essenziale ricordarci che Dio non rinuncia mai alla libertà, né alla Sua né alla nostra. Noi, quando pretendiamo che Dio agisca, vorremmo sempre che rinunciasse alla libertà, che rinunciasse alla misteriosa libertà del suo disegno sulla storia. Vorremmo che Dio rinunciasse soprattutto alla nostra libertà, a quella che ci ha lasciato fino al punto di permetterci di ribellarci a Lui, di tradirlo, di scegliere il male e la morte. Vorremmo soprattutto che Dio sopprimesse la libertà dei nostri nemici, di chi ci opprime, di chi abusa del potere, di chi non rispetta la libertà degli altri. Quando la confusione è estrema, e diventa pericolosa per tutti, noi vorremmo che la libertà di Dio intervenga annullando la nostra. Non per niente, è in questi periodi che i regimi o le ideologie totalitari hanno buon gioco.

Ma Dio non rinuncia alla nostra libertà perché, se lo facesse, tutto il processo che si estende dalla creazione alla parusia perderebbe il suo senso, il suo fine, e quindi sfuggirebbe al disegno di Dio. Il senso di tutto è che la libertà del cuore dell’uomo ami eternamente Dio che lo ama fin dall’eternità. (segue)

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