M.F. Righi, Mercoledì delle Ceneri

Cito dalla meditazione di Md. Monica per una Quaresima passata:

«Colei che mormora delle altre e critica aspramente i loro difetti, limiti ed errori, è colei che vaga al di fuori di sé, non entra mai nella sua stanza segreta dove si trova davanti al Padre, anzi, la evita accuratamente. Per questo fugge l’interiorità, provoca il chiasso: per non vedere e non piangere i propri peccati. Per questo non è responsabile di sé, perché si perde tutta nel giudicare e accusare le altre. In tutto questo sta la carenza di santità, che è carità, e la carenza di unità.

Anche secondo quanto ci richiama a volte il papa, pensiamo che in questo vizio, la mormorazione, la pronta critica, risieda uno dei mali che possono frenare frena un cammino comunitario.

Allora, ricordiamoci che il dire l’errore della sorella, anche se si tratta di cosa vera, quando non è necessario renderlo pubblico, è peccato di detrazione, e tanto più grande in quanto commesso nei confronti di una consacrata. Perciò è necessario confessarlo.»

Talvolta più che di critiche si tratta di una eccessiva facilità giudizi severi, assoluti, senza sfumature, che determinano posizioni rigide … che denotano insensibilità all’altro considerato semplicemente come entità numerica o nei suoi aspetti di limite.

Riprendendo la relazione di Dom Marc di Hauterive: «I nostri padri cistercensi conoscevano queste realtà, eppure hanno esaltato la bellezza della vita cenobitica. Erano profondamente consapevoli che la loro vita comunitaria era il luogo dell’esperienza della comunione trinitaria, ma non per questo erano idealisti sognatori. Non si appoggiavano su comunità di emozione ma comunità di convinzione. La convinzione purifica, rettifica e rafforza l’emozione per darle la forma della confessione. La comunità di convinzione da sola non basta: è l’idea (o ideologia) che impedisce la riflessione, che uccide gli incontri possibili e la creatività di ciascuno. La comunità di emozione da sola è effimera quanto l’emozione stessa. Le due, separatamente, hanno presto difficoltà a preservare le libertà individuali. La convinzione condivisa richiede presto il sacrificio per la causa, e l’emotività esaltata trabocca rapidamente nel ricatto emotivo. Insomma, la comunità che unisce le due in modo che ciascuno cresca, maturi e diventi sensibile e libero è la comunità della conversione come Benedetto le dà forma nella Regola: la conversatio morum

Uno strumento importante nelle difficoltà che possono sorgere nelle relazioni comunitarie è il dialogo con la Madre: ma il compito della Badessa non è innanzitutto la risoluzione dei problemi. Stiamo leggendo le nostre Costituzioni che parlano dell’Abate come maestro padre medico.

«Una delle difficoltà per il risanamento delle relazioni fraterne nelle nostre comunità è che viviamo in un modo molto “verticale” su ciò che deve essere fatto, sull’ideale vocazionale come ciascuno lo comprende. Così giudichiamo gli altri a seconda che compiano o meno questo ideale, invece di sforzarci di accogliere la persona. Inoltre mescoliamo questo ideale con gli aspetti che personalmente ci attirano di più e consideriamo alieno da questo ideale quello che non ci piace o ci disturba.

Perché sgorghi la misericordia in seno alla comunità dobbiamo favorire l’orizzontalità della famiglia in quanto comunità cristiana, non per legami di sangue, ma perché Cristo è in mezzo a noi. È il secondo braccio della croce di Cristo, come ci dicono i nostri padri cisterciensi. La famiglia monastica si regge per legami sinceri di amore fraterno, espressi in una quantità di dettagli di vicinanza.

Quando un fratello viene con una lamentela su un altro bisogna evitare di dargli ragione o dargli torto, e ancor meno mettersi a parlare dell’altro. La cosa migliore è mettere chi viene a noi a confronto con i suoi propri sentimenti ed emozioni, chiedendogli quale sia il modo migliore di affrontare ciò che lui sente dentro di sé. Solo quando si affronta questo e si cercano le motivazioni solide a partire dalla fede (la centralità di Cristo nella mia vita) si potrà trovare il modo più corretto per agire. È più importante la persona debole nel suo insieme che la debolezza in se stessa. A volte si può curare una debolezza concreta e ammazzare l’ammalato, poiché si è applicata la cura a costo della salute globale dell’ammalato.» (Dom Isidoro Anguita Fontecha).

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