1. LA STORIA
1.1 Esperienza
Potrei così sintetizzare gli elementi principali della scuola di carità di cui ho fatto esperienza venendo in monastero nel decennio 70-80:
* Una comunità aperta ad accogliere le nuove generazioni, con le domande, o sfide, di cui erano portatrici.
* Una comunità non già preparata a comprendere queste sfide, ma che ha potuto integrarle perché in essa era presente quella che oggi chiameremmo una cultura della vita: la capacità di accogliere con rispetto, amore e interesse ogni persona, aiutandola a vivere, crescere, convertirsi. Questa tensione si è rivelata più forte delle spinte inverse, all’autoprotezione e all’esclusione, che pure erano presenti.
* Una comunità che poteva integrare il diverso perché possedeva una solida identità, data da uno sguardo di fede profonda, da cui conseguiva una stima della propria vocazione e una certa fedeltà cordiale ad essa. Non si era impeccabili nell’osservanza, anzi, ma si amava la propria vita, la casa, le sorelle, la Madre.
* Essenziale in questi anni è stato il ruolo della Badessa, che metteva costantemente a confronto le sfide portate dalle giovani coi valori della tradizione di cui erano portatrici le anziane.
Il criterio di discernimento, e di costante purificazione delle une come delle altre era attinto nel confronto con la parola che lo Spirito andava dicendo alla Chiesa, soprattutto tratta dai testi del Magistero e dai documenti dell’Ordine.
1.2 Il fondamento
Che cosa ha reso possibile questa esperienza?
L’unica maestra di carità è la Chiesa, l’unica dispensa è l’Eucarestia, l’unica scuola è la Comunità concreta, in cui si vive il mistero della Comunione ecclesiale.
Nella iniziale ecclesiologia di comunione del Vaticano II (in particolare in PC 15) e nei testi Cistercensi che andavamo riscoprendo (fondamentale fu La vita comune di B. di Ford), avevamo già tutto; si trattava di prendere coscienza di queste ricchezze e metterle a disposizione.
Questo cammino ora è compiuto, e l’Ordine ha camminato con la Chiesa. Abbiamo, nelle CST e nei documenti del Magistero (particolarmente in Vita fraterna in comunità), il quadro ecclesiologico per una teologia della comunità monastica, che mancava quasi totalmente negli ultimi secoli, e che ci consente di situare nuovamente la comunità come scuola di carità. Questa è una grande garanzia. Le comunità possono ora ricorrere ai documenti per completare il loro cammino.
1.3 L’urgenza di un compito
Perché è necessario, e urgente, riscoprire la comunità come scuola di carità? Per recuperare la grande sintesi che caratterizza Cîteaux: l’equilibrio fra elemento oggettivo (tradizione, patrimonio, struttura) rappresentato dalla comunità-chiesa ed elemento soggettivo: la persona che lo riceve, con tutte le sue caratteristiche di unicità e libertà. Nell’esperienza storica di Cîteaux infatti questo equilibrio raggiunge l’effetto di sviluppare al massimo le possibilità della persona, edificando e solidificando contemporaneamente l’unità. Il ruolo culturale avuto da Cîteaux e dai cistercensi nella storia lo testimonia.
Solo una comunità cosciente della sua vocazione e missione ecclesiale può essere l’ambito privilegiato per ricuperare la tensione contemplativa dei nostri Padri nel vivere e interpretare la RB. E’ in essa infatti che, applicando la pedagogia della Regola, il monaco può crescere nell’amore di Dio e del prossimo, rendendosi conforme a Cristo di cui è l’immagine.
Sappiamo che il compito più urgente oggi è il recupero dell’uomo.
Come questo è possibile? Creando ambiti, comunità di comunione, che siano vere scuole di umanità, con una pedagogia coerente ai principi.
Per salvaguardare la libertà della persona umana, è indispensabile infatti che questa sia guidata a fare esperienza della verità e del bene, a discernere il vero dal falso; per poter poi elaborare, in libertà dialogica, una visione della vita e, nella comunità in cui vive, una cultura che sempre si rinnova, sulla base di quanto è ricevuto.
Ora, il dominio tecnologico di massa sulla società tende ad annullare questi passaggi di libertà e umanità. La fiducia nell’apporto della persona è sostituito dalla persuasione che, in tutti i campi, l’agire debba essere dettato da esigenze tecnico-scientifiche, criteri di funzionalità, che si pretendono superiori all’intelligenza e alla coscienza personali (vedi, per tutti, l’esempio della vita, socialmente programmata dal suo nascere al suo morire). Per combattere questa mentalità, occorrono ambiti di libertà, di cultura e di visione; e la scuola di carità può essere luogo privilegiato per questo.
Solo così si potrà parlare di contemplazione non come evasione dal reale, ma come sguardo più profondo sulla vita, dalle sue radici originarie al suo destino ultimo: la Trinità divina.
[segue …]
Nuova Citeaux Per la promozione della cultura cistercense


