In Spagna era una di quelle notti la cui frescura
consola le campagne della diurna arsura.
Un’immobile luna rischiarava le valli,
le strade serpeggiavano di verdi limoni,
migliaia di soli, come polvere d’oro,
opachi seminavano il blu dei cieli
e i clivi dei monti, boscosa cintura,
esibivano la bellezza delle cime in fiore.
Ma nessuno eguagliava, nella sua maestà,
il Monte Serrat, cinto della sua potenza …
(Alfred de Vigny)
Di Montserrat mi parlava Padre Carles Xavier Noriega, monaco della sua comunità, negli anni in cui studiava a Roma presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo. Spesso gli domandavo dell’immenso crocevia spirituale dove folle innumerevoli avevano cercato in ginocchio il volto di Dio e quasi attendevo che, in poche parole, mi desse la chiave definitiva per misurarne la portata.
Padre Carles non ne decantava gli splendori (come sempre fanno i monaci quando parlano dei propri monasteri), piuttosto confessava le difficoltà, per chi è chiamato al silenzio e alla preghiera, di fare fronte ad una processione incessante di visitatori e pacificare interiormente il tenore appartato del monastero alle urgenze del santuario popolare. E nella sua sofferenza, che era anche il suo dovere quotidianamente assolto, l’invito a visitare il luogo si faceva ineludibile.
Nell’agosto scorso sono stata a Montserrat.
Vi sono monti che, a prescindere dall’altitudine, significano più di altri la contiguità fra terra e cielo, un’impennata di sconfinamento ascensionale che polarizza ampi circondari. È così che si profila il Monte da lontano, confermandosi, quando arrivi ai suoi piedi e sali i suoi tornanti, quello cantato da Alfred de Vigny. Il paesaggio naturale mostra una bellezza d’eccezione, finché, sul piazzale che domina la piana, di botto senti che puoi evadere i limiti dell’espressività contemporanea, sempre timorosa di palesare qualcosa di grande, e che ti è permesso di esagerare con le parole. Non stonerebbero, qui, i versi che Emily Dickinson ricalcò sui Salmi: Ogni giorno potrebbe essere come un’investitura e la pompa regale esser più facile di uno stile minore.
Arrivando a Montserrat, si avverte il beneficio ad alto potenziale che un monastero benedettino costituisce, quando assolve i propri impegni, per chiunque lo accosti. La processione è incessante ma ordinata, incontenibile ma rispettosa, molteplice ma conciliata e la chiesa sempre stracolma. L’afflusso unifica le persone, formando e riformando comunioni di animi in un regolare brusio che richiama il silenzio. Se talvolta da qualche gruppo si sollevano voci esagerate, un sorvegliante gli impone con autorevole gesto di ricomporsi, senza tema di restare inascoltato. Nessuno oserebbe ribellarsi alla necessità – che qui si fa evidente – di ammutolirsi in fronte al divino.
L’ammutolirsi in fronte al divino a Montserrat si configura nella Vergine Nera, la cui allure medioevale tutto sovrasta dall’abitacolo superiore all’altare maggiore. Innanzi a Lei il pellegrino non si inginocchia a caso, o meglio, naturalmente lo può fare, ma la vera relazione che il santuario gli allestisce con la Sua presenza è un percorso in salita.
La fila incomincia a formarsi nel chiostro esterno, prosegue all’interno lungo il lato destro della chiesa e avanza nella sovrabbondanza simbolica del culto secolare, dalla copia della spada che Ignazio di Loyola Le regalò dopo una cavalleresca notte di veglia a un San Benedetto legislatore. Quindi giunge al lato dell’altar maggiore e inizia ad affrontare l’ascesa.
Felice idea quella di schierare, sulle pareti a mosaico lungo i gradini, un corteo di donne che hanno illuminato il cammino del popolo di Dio: donne forti dell’Antico Testamento, fedeli nella sequela del Nuovo e stelle della tradizione monastica quali Ildegarda di Bingen e Francesca Romana. È sotto quella scorta bilaterale che ci si prepara ad accostare l’apice di ogni femminilità.
Al primo pianerottolo La vedi di profilo e senti innalzarsi in te l’attesa della sua immagine frontale. Dopo una stasi che rispetta il raccoglimento di chi ti precede, La raggiungi e sosti in quel tempo senza tempo, smarrimento di ogni umana aspettativa, che è l’istante di preghiera. Non importa se breve, la sua forza è nell’arrampicata comune di cento questuanti. E se, lasciando a malincuore la Sua mano, non hai fatto in tempo a dirLe quel che avresti voluto (ma neanche ricordi quel che avresti voluto), proseguendo in discesa, trovi una vasta cappella ove sederti e sostare. La vedi di spalle e rimani nella certezza della Sua vicinanza finché lo desideri.
La scala, simbolo religioso di remota antichità. Per il giudaismo segno dell’aspirazione al celeste. Per Platone e Plotino metafora di ascesa intellettuale dell’anima verso l’idea. Nel vangelo di Giovanni (1,51), trasparente indicazione. Nella letteratura agiografica, patristica allegoria del progressivo ritorno al cielo. S. Benedetto pone al centro del proprio magistero un itinerario ascensionale da affrontare con l’anima ed anche con il corpo, sul fondale del sogno di Giacobbe addormentato lungo la via di Caran. Torna la cara memoria di Padre Gregorio Penco: Un tema dell’ascesi monastica: la scala di Giacobbe (Vita Monastica XIV 1960).
Mi pare che a Montserrat la via alla devozione mariana, amministrata per secoli dal monachesimo benedettino sulle vertiginose profondità dei propri contenuti, non per caso si conformi ad una scala. In cima, nella sua realtà tellurica, la Morena della Serra assolve il suo essere Janua Coeli.
In chiesa i monaci si vedono all’ora delle Lodi e dei Vespri, raggiungono con consumata scioltezza gli stalli, i duttili rigori del gregoriano tornano a concertare l’assemblea dei fedeli lungo la continuità dei millenni. Al XIII secolo risale l’istituzione del coro dei fanciulli, il più antico che si conosca. (foto otto) Quando i fanciulli cantano, anche nei giorni feriali, la chiesa è più che mai affollata, coloro che non sono riusciti ad entrare sostano nel chiostro esterno per cogliere al di là dei portali qualche nota e il giorno seguente tornano in anticipo per poter prendere posto.
Vi furono anni in cui la comunità monastica, uniformata alla severa riforma di Valladolid, non compariva in pubblico, restava invisibile, e la lode divina a ore fisse discendeva dall’alto della cantoria sui fedeli radunati dabbasso. Non una sagoma nera con cappuccio era accessibile allo sguardo dei pellegrini e la presenza degli oranti si offriva solo nell’ascolto (Obsculta, o fili ) e nella eccellenza del canto (Operi Dei nihil praeponatur).
A Montserrat sopravvive qualcosa, o forse molto, di quello che anticamente fu uno stile spirituale aristocratico. Dopo la rivoluzione francese l’aggettivo ‘aristocratico’ ha attratto i significati deteriori: ineguaglianza, sopraffazione, ingiustizia, ozio, sfruttamento, depravazione, vizio, parassitismo, arroganza, vanità, nel circuito mortificato delle accezioni sociali. Ma se consideriamo il tempo di Benedetto, gli ottimi, i migliori, sono coloro che si spogliano deliberatamente di ciò che è terreno, privilegi sociali in primis, per dare il primato a Dio. Divenuti estranei alle gerarchie sociali, l’uomo e la donna di Dio incamerano nella propria debolezza la potenza divina ed iniziano ad esercitare supremazia sui falsi potenti del mondo: il profeta sul re, Antonio il Grande su Costantino e i suoi figli, Benedetto su Totila, Ildegarda su Federico Barbarossa, Francesca Romana sul conte di Troia. L’aristocrazia in tali casi non equivale a elite sociale, ma al suo contrario. Lo stile spirituale aristocratico della tarda antichità benedettina non esclude il popolo ma lo include fino alle sue frange marginali e poi per tutto il medioevo lo solleva alla consapevole cultura del cristianesimo vissuto. Focolare di spiritualità benedettina quanto meta popolare, Montserrat è erede di quel tenore e ne irradia il richiamo. La schola al servizio di Dio dischiusa, anche solo per pochi giorni o poche ore, a chiunque arrivi.
Una simile circostanza deve aver innervosito Napoleone Bonaparte, che interpretando a suo modo i principi di libertà e uguaglianza saccheggiò il monastero e diede alle fiamme la sua biblioteca. Si salvò il Llibre Vermell de Montserrat, collezione manoscritta di canti medievali e altri contenuti liturgici. Intorno a quella gemma quanti comprendevano il valore della storia con lasciti e donazioni in tempi brevi ricostituirono la biblioteca, fino alla sua attuale ampiezza.
A fine soggiorno ripartire da Montserrat per scendere a valle ha segnato in me un piccolo trauma. Ma ad attendermi in Barcellona ho trovato Antoni Gaudì, che a Montserrat trovò nuclei originari della propria ispirazione. Liturgista ed asceta, ricevette da Dio il dono di sentire da monaco senza aver ricevuto formazione monastica in alcun monastero, il che gli consentì di restituire agli uomini del mondo, in un’epoca avversa alla fede, il genio dei costruttori di cattedrali.
Mariella Carpinello
Nuova Citeaux Per la promozione della cultura cistercense











