M.C. Ghitti, “Essere veramente universali”. Don Giuseppe Dossetti ricorda Thomas Merton e il Convegno di Bangkok

M.C. Ghitti, “Essere veramente universali”. Don Giuseppe Dossetti ricorda Thomas Merton e il Convegno di Bangkok

Scuola di Pace Quartiere Savena, Via Lombardia, 36

SILENZIO DIALOGO PACE

Fare memoria di Thomas Merton a 50 anni dalla morte

1 dicembre 2018

Abbiamo il piacere di presentarvi il testo della relazione di:

Sr. Maria Cristina Ghitti

“Essere veramente universali”.
Don Giuseppe Dossetti ricorda Thomas Merton e il Convegno di Bangkok.

 

«Aggiungo poche righe in fretta prima di chiudere. Quando questa lettera vi arriverà voi avrete già appreso da parecchio la tragica notizia: Thomas Merton è morto; pare fulminato dalla corrente elettrica, forse mentre attaccava il ventilatore. La cosa è accaduta proprio mentre io scrivevo nella sosta pomeridiana, a poche decine di metri dalla nostra villetta…»

Queste parole le scriveva Dossetti alla comunità il 10 dicembre 1968 da Bangkok. Il motivo per cui lui era là e il contatto con Thomas Merton ha bisogno di una inquadratura.

Nella Piccola Regola scritta da Don Giuseppe nel 1955 per la comunità nascente, al paragrafo riguardante il voto della castità si trova una specificazione molto insolita:

«Il voto e la virtù della castità ci portano ad accogliere con gioia un’obbedienza per terre lontane e genti straniere alla nostra cultura e mentalità e a sperare di essere scelti per la solitudine totale dello spirito, come pegno benedetto di una fecondità sovrannaturale nei confronti di molte anime».

Questa tensione verso i popoli lontani, soprattutto verso le grandi masse delle genti dell’Asia è sempre stata molto viva nel suo cuore.

In una delle sue ultime omelie in occasione della Solennità dell’Epifania del 1992 diceva:

«Il nostro desiderio deve essere intenso. Dobbiamo desiderare con un desiderio ardente, ma dobbiamo anche sapere attendere… Dobbiamo aspettare quanto egli vuole che noi aspettiamo; allora vedremo se il nostro desiderio è tenace, capace di resistere alle delusioni, e se veramente vuole la nostra salvezza personale e quella di tutti i popoli».

Il Concilio aveva affermato che «la Chiesa si fa colloquio», desiderosa, in obbedienza alla volontà di Dio, di «“sporgersi” fuori dai propri confini per incontrare chi, su cammini diversi dello spirito, cerca di scrutare il mistero dell’uomo e di Dio».

Proprio al cuore del documento Nostra Aetate, appena citato, vi è un’affermazione straordinaria, sia dal punto di vista teologico che spirituale: cioè, che la profondità spirituale dell’altro, quindi «vera e santa», mostra «un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini».

Così, quando l’AIM (Aide à l’implantation monastique) organizzò a Bangkok nel 1968 il primo di una serie di congressi monastici e Jean Lecrercq lo invitò, per don Giuseppe fu molto facile inserirsi in questa onda perché desiderava da tempo avere un contatto più diretto con queste realtà e mondi per lui ancora sconosciuti.

Sua madre Agnese morì il 24 ottobre e don Giuseppe poco dopo si recò a Roma per partecipare alla beatificazione di Clelia Barbieri. Ad una sorella della comunità, ripensando a quei momenti, così scriveva:

«Un giorno, per tanti motivi mi è stato carissimo (il 27 ottobre del 1968), era esattamente l’indomani della sepoltura della Mamma. Avevo viaggiato nella notte, avevo partecipato all’Eucarestia in San Pietro al mattino, alla fine della funzione del pomeriggio ho parlato con Papa Paolo ed egli mi ha detto delle parole importanti che ora ritrovo con particolare intensità. Fra l’altro, mi disse che bisogna amare sia la Chiesa locale che la Chiesa universale… a me quelle parole tornavano molto bene, mi apprestavo a partire per l’India e la Thailandia». (segue)

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