Editoriale di La Scala – n. 2/2016
Stiamo attraversando, nel mondo intero, una fase difficile e preoccupante. La recessione economica nel sistema capitalistico occidentale, di cui anche la nostra Italia fa parte, non accenna a diminuire e i palliativi che si adottano per uscirne, in qualche modo, sono piccole barchette in un mare in tempesta. Anche le potenze economiche emergenti nel continente asiatico, come la Cina, l’India, l’Indonesia, che negli ultimi anni sono state tra le forze trainanti dell’economia mondiale, hanno già cominciato a rivelare le loro crepe e inconsistenze, analoghe a quelle che hanno scatenato la crisi finanziaria statunitense del 2008. C’era da aspettarselo, visto che ormai esse obbediscono ai medesimi principi di quel liberismo scatenato che, dopo il crollo del socialismo reale, vuole imporsi ovunque come sistema e pensiero unico, con i pesanti danni e il grave malcontento che ciò sta producendo in tante parti del mondo meno sviluppato.
Le condizioni del pianeta terra, dal punto di vista climatico e ambientale, rappresentano un altro capitolo fosco. Inquinamento delle acque, della terra, dell’aria, scioglimento dei ghiacciai, riduzione delle calotte polari, innalzamento del livello dei mari, scomparsa di numerose specie animali e conseguente compromissione della catena alimentare. Tutto ciò significa non solo aumento di vari tipi di malattie, ma anche ripercussioni economiche (come quelle sulla pesca e sull’agricoltura), scarsità di materie prime, costo dell’energia, problemi di reperimento e distribuzione del cibo per una popolazione di ormai sette miliardi di esseri umani.
Inoltre, i grandi spostamenti di masse dalle zone orientali e meridionali del mondo verso l’Europa o il Nord America, fanno sì che si creino coabitazioni difficili fra etnie, religioni, culture non abituate a coesistere. Il multiculturalismo si è rivelato essere solo una parola vuota, che copre soltanto il caricarsi progressivo delle tensioni e il prodursi di un terreno fertile all’accendersi di conflitti. Le enclavi musulmane, in particolare, spesso rappresentano, nelle grandi città europee, degli agglomerati separati, resistenti all’integrazione, e con l’andar del tempo avvertite come pericolose dalle popolazioni autoctone. Un fenomeno palese, sul quale si è chiuso gli occhi per molto tempo, fin quando l’estremismo islamico, nella nuova versione dell’Isis e dei suoi tenta- coli internazionali, non ha attaccato il cuore delle città europee proprio grazie alle sue ramificazioni in questo sottobosco urbano.
Dopo il duplice episodio di terrorismo a Parigi (gennaio e novembre 2015) e quello di Bruxelles (marzo 2016), per non menzionare che i principali, anche l’Europa si è trovata improvvisamente a fare i conti con attacchi che mirano a destabilizzarne gli equilibri interni o magari a trascinare i singoli stati dell’Unione verso decisioni che, in altre condizioni, non sarebbe stato possibile neanche immaginare (per esempio un impegno militare diretto oppure restrizioni massicce alla libertà di movimento e di comunicazione). Non mancano gli analisti che, con argomenti molto forti, invitano chi ha orecchi per udire e occhi per vedere, a non fermarsi tuttavia alla superficie, se possiamo chiamarla così, per cercare piuttosto, oltre e dietro i killer terroristi, i veri mandanti di questa nuova strategia della tensione di dimensioni planetarie che vede, tra le principali vittime, le minoranze cristiane e minaccia da vicino l’occidente. Questa strategia della tensione vede l’Europa avvicinarsi pericolosamente all’occhio del ciclone, fino ad ora considerato il Medio Oriente.
A tutto questo si aggiunga l’erosione e l’afflosciamento demografico, culturale e valoriale del continente europeo, fiaccato dal suo stesso benessere (che ormai, però, rischia di diventare un ricordo, più che una prospettiva). Priva di un’anima, ormai vecchia e burocratica, l’Europa dell’aborto, dello sfascio della famiglia, dei “matrimoni” omosessuali e dei figli ordinati su commissione, della droga legalizzata, della gioventù bruciata, l’Europa fatta di carta moneta, il cui pensiero in larga parte decostruisce e destruttura, non è in grado di proporre un modello di società sufficientemente solido, condiviso e coeso, se non quello fondato sul diritto individualistico di fare ciò che ognuno crede, purché “non disturbi” gli altri. Inutile precisare che la somma di questi aspetti equivale semplicemente alla liquidazione della nostra tradizione culturale. [segue]
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