M.F. Righi, Lectio divina XXXIV domenica del T.O. – Cristo Re – C

Lc 23, 35-43

Io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
(Dante Purg III, 120)

La liturgia di quest’ultima domenica dell’anno liturgico e conclusione dell’Anno della Fede ci fa leggere anzi, ci fa assistere da spettatori (il popolo stava a guardare) a un episodio che solo Luca racconta nelle narrazioni di Passione e risurrezione: la conversione del “buon ladrone”.

Di fronte alla croce di Gesù chi guarda è invitato a prendere posizione e sono possibili atteggiamenti diversi. Anche chi legge è invitato a prendere posizione, a riconoscersi in uno o nell’altro.

Collocando questo piccolo densissimo brano nel suo contesto vediamo che si iscrive tra due grandi invocazioni di Gesù nelle quali egli si rivolge a Dio con il nome di Padre: la domanda  del perdono per i suoi crocifissori e la consegna del suo spirito nelle mani del Padre.

Gli atteggiamenti che Luca annota sono allora possibili prese di posizione davanti alla croce di Gesù che è stata appena rivelata come il trono da cui scende il perdono sul mondo, il trono della misericordia. Davanti ad esso possiamo stare come il popolo, semplicemente a guardare, come davanti ad uno spettacolo, senza lasciarsi coinvolgere. Eppure come capita negli spettacoli quando raggiungono lo scopo, gli osservatori al termine se ne andranno convertiti, battendosi il petto, raggiunti da ciò che han visto e cambiati (v. 48).  La contemplazione del crocifisso, è  inizio di nuova sapienza e di conversione di vita…Il popolo torna dalla contemplazione della croce mutato.

I capi invece, che ne sanno sempre un po’ di più, prendono posizione senza che questo traspaia da gesti; solo un atteggiamento del volto tradisce il disprezzo interiore. Il verbo usato per “deridere” significa letteralmente “arricciare il naso”…  Usato anche in Gal 6, 7 “Non ci si può prendere gioco di Dio” indica il farsi beffe di Dio, della sua grazia, della sua volontà, il farsi beffe attraverso la propria condotta. Indica comunque piuttosto un’azione interiore, una posizione del cuore. Inoltre nel racconto di Luca è un’applicazione dei vv. 7-8 del sl 21 “ Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo”.

I soldati invece non si limitano a un disprezzo interiore, lo scherniscono con gesti umilianti. Il verbo impiegato da Luca è usato nei libri dei Maccabei per descrivere le sofferenze dei martiri giudei davanti alla crudeltà del pagani.

La bestemmia invece è il peccato sommo espresso in parole di scherno rivolte direttamente alla Divinità, è l’offesa diretta a Dio. Gesù stesso è condannato per accusa di bestemmia.

Dal disprezzo interiore, allo scherno pesante, alle parole ingiuriose: in pensieri, parole e opere possiamo riconoscere una progressione di peccati contro la fede.

Ma davanti alla croce di Gesù è possibile anche la confessione di fede, espressa dalle parole del ladro buono. Inizia con un rimprovero al suo compagino di croce e così facendo dissocia il suo destino da quello dell’altro. Poi confessa la giustezza della sua pena, e infine si apre a una confidenza supplice chiamando Gesù per nome e rivolgendosi a lui come i salmisti si rivolgevano a Dio: Ricordati o Dio del tuo amore, della tua fedeltà, ma anche affidando la speranza di questa memoria al futuro. Ma la venuta di Gesù nella gloria è già qui, sulla croce, sul trono di misericordia, e da qui Egli si mostra Messia, Salvatore ed Eletto aprendogli all’istante le porte del cielo, in quell’’oggi che è il giorno eterno della salvezza.

I capi, i soldati, il ladro “cattivo” si esprimono quasi allo stesso modo davanti a Gesù lanciandogli una sfida unica: Se sei tu il Messia salvati!, si rivolgono a lui in fatti come al Messia, al Re dei Giudei, all’eletto di Dio.

Sotto un altro aspetto e con altra voce è la stessa triplice sfida che lo stesso tentatore gli ha lanciato all’inizio del suo ministero “per ritornare poi al tempo fissato”.  Ecco ora il tempo fissato, l’ora delle tenebre: le tentazioni di Satana nel deserto miravano tutte a mettere in dubbio l’identità filiale di Gesù, queste nuove tentazioni, travestimento delle prime vogliono mettere in dubbio la sua identità messianica. Allora la sfida era sul suo essere Figlio, ora sulla sua identità messianica. Allora proponevano una filiazione che si dimostra in segni spettacolari, ora propongono una messianicità che si dimostra in segni di potenza. Ma Gesù si dimostra Re e Salvatore concedendo immediatamente il perdono, cioè effettivamente salvando, l’unico che si è rivolto a Lui chiamandolo per nome: Gesù.

Così il perdono offerto indistintamente a tutti (v 34) si posa ora su quell’anonimo ladro, su quel criminale, figura di coloro che si convertono all’ultimo momento. Luca contrapponendo i due ladri non intende lodare l’indugio e la pigrizia nel convertirsi piuttosto vuole indicare quale ne sia il fattore veramente decisivo.

A Dio non importa il calcolo avaro delle virtù acquisite, o il conto impietoso delle colpe accumulate, a Dio, a Gesù importa quel “volgersi a Lui” che è il mutamento profondo dell’orientamento del cuore, che passa dall’affermazione di sé alla domanda ad un Altro che riconosce Signore e Dio. Così Dante all’inizio del Purgatorio mette dei delinquenti peggiori ancora di quelli che stavano all’inferno, ma che hanno avuto la grazia di quell’attimo di consapevolezza vera, di vera contrizione che riscatta anche tutta una vita di peccato, mentre la vita virtuosa e sapiente di Virgilio non è in grado di ottenergli il Paradiso.

Io mi rendei,

piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolge a lei.

(Dante Purgatorio III, 129-123)

La croce è il punto d’identità e il luogo della regalità cristiana, là dove l’uomo vecchio muore e nasce la nuova creatura a immagine del Figlio.

 

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