Is 49,14-15; Sal 61; 1 Cor 4,1-5; Mt 6,24-34
Non preoccupatevi del domani.
L’ansia che crea affanno, stress, agitazione dipende dal verificarsi dell’ipotesi della prima lettura: l’essere abbandonati, dimenticati. Certo non solo, il “preoccuparsi di” è compito della persona adulta che ha cura degli altri, del suo lavoro, del futuro. La Parola di Dio non prende di mira questo tipo di sollecitudine che è una virtù, piuttosto quell’inquietudine ansiosa che è spesso la compagna del nostro modo frettoloso di lavorare. Per questo voglio mettere in relazione la situazione della prima lettura: un abbandono dalla madre (ipotesi quasi inverosimile, ma purtroppo reale) e poi un abbandono dello sposo, due relazioni fondamentali. L’identità della persona è legata alla relazione; quando all’inizio del percorso personale c’è un trauma di abbandono dovuto alle più diverse cause, si crea una ferita che lascia per molto tempo il segno. Ora avviene che la modernità e la postmodernità hanno messo la persona umana in una condizione artificiosamente analoga all’abbandono, alla perdita di relazione. «Aristotele infatti, contraddicendo il senso comune, spiega che lo schiavo è colui che non ha legami, che non ha un suo posto, che si può utilizzare dappertutto e in diversi modi. L’uomo libero invece è colui che ha molti legami e molti obblighi, verso gli altri, verso la città, verso il luogo in cui vive…la nostra società è riuscita a foggiare un’idea di libertà che assomiglia, come una goccia d’acqua, alla vita dello schiavo così come la definisce Aristotele». (Benasayag, L’epoca delle passioni tristi; Feltrinelli, p. 101-102)
Il Vangelo parla di due situazioni di “sollecitudine” il vestito e il cibo, due beni primari per i quali sarebbe assordo e irrazionale non aver cura. Ciò che è assurdo e irrazionale è quando questi ben per quanto primari diventano unici, soffocando la coscienza di un altro bene promesso, che supera l’esistenza presente che ci riporta all’origine e che fa valutare tutti i beni in relazione a sé. Il Vangelo non condanna la sollecitudine operosa, ma l’ansia con quel velo di angoscia che nasconde una profonda sfiducia.
Alle sei ripetizioni del verbo “preoccuparsi” del Vangelo, fa eco la ripetizione del verbo “dimenticare” nella prima. Cosa permette il passaggio dalla situazione di ansia creata dall’esperienza dell’abbandono, alla situazione di fiducia? Lo dice il salmo ripetendo a sua volta: Solo in Dio…(ripetuto quattro volte: Solo in Dio e in Lui solo). Spesso diciamo “solo in Dio” come se fosse un di meno rispetto a tutto il resto, ma “solo in Dio” significa poggiare sul fondamento di tutto il resto, tutto il resto della mia esistenza, come tutto il resto dell’esistenza del mondo.
«La vita dell’uomo è colma di fatiche, di rinunce, di dolore: ma l’uomo è attaccato alla sua vita terrena con un istinto formidabile; l’uomo su di essa fabbrica tutti i suoi sogni; in essa colloca tutte le sue speranze; per essa spende tutte le sue fatiche; per tenere la sua vita terrena l’uomo rinuncerebbe volentieri alla certezza di una vita felice nell’aldilà; il dolore e le pene che trova, si sforza bene di diminuirle: con un istinto profondo di egoismo, che cerca di scaricare su chi lo circonda la maggior quantità possibile di pesi, che cerca di asservirsi gli altri, che del bisogno e delle pene del prossimo si disinteressa con sollecitudine». Mons Giussani, Omelia per la festa di S. Stefano)
Questa è la nostra situazione umana, ma l’incontro con Cristo permette di aprire la porta alla fiducia.
«Oh fratelli, e sposo e genitore e figlio e amici altro non sono che un’espressione sensibile di Cristo benedetto, l’invisibile ma vero sposo e padre e madre e figlio ed amico, sempre desto accanto a noi con affetto infinitamente premuroso per sostenerci colla sua forza divina. Ma bisogna “credergli”. E credere non è appena prestar fede alle sue parole, ma aderire alla Sua Persona, sentire la Sua Persona sempre presente, dominatrice di ogni attività della vita, di ogni relazione sociale, perfino di ogni forma di pensiero e di sentimento interiore». (Mons. Giussani)
La liturgia indica la strada per ritornare da una situazione di angoscia che caratterizza l’uomo della postmodernità sciolto da ogni legame, alla consapevolezza umile del cristiano, che si sa creatura e che vive sotto lo sguardo del Padre e ha Cristo come fratello, amico compagno e sposo. Questa, infatti, è la coscienza di Paolo libero perché giudicato in ogni cosa che fa dallo sguardo e dalla parola di Cristo.
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