La nascita di Gesù a Betlemme non è un fatto che si possa relegare nel passato.
Dinanzi a lui, infatti, si pone l’intera storia umana:
il nostro oggi e il futuro del mondo
sono illuminati dalla sua presenza. Egli è « il Vivente » (Ap 1, 18),
« colui che è, che era e che viene » (Ap 1, 4)
(San Giovanni Paolo II, Bolla Incarnationis Mysterium, 1)
A Natale il grande evento dell’Incarnazione, raffigurato nell’umile culla di Betlemme, ci viene raccontato dai quattro vangeli. Un unico coro di armonie consonanti: Marco, anche se non è presente nella liturgia natalizia, le dà il titolo: Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio (Mc 1,1) , dietro a Lui Matteo inizia la sua genealogia da Abramo e la prosegue nel popolo eletto scandito in tre generazioni di 14, numero in cui è nascosto il nome di Davide e presenta così la genealogia regale del Messia, Luca partendo da Adamo offre la nascita del figlio dell’Uomo, e Giovanni affonda lo sguardo fin nella vita intima della Trinità dove il Figlio volto permanentemente verso il Padre si fa carne di un bimbo volto al seno della madre, e riapre all’umanità la strada della figliolanza, la via del paradiso. Dal Vangelo di Matteo che annuncia il compimento delle profezie al popolo eletto, si passa a Luca che annuncia un Salvatore per tutta l’umanità, e poi a Giovanni che aiuta a scendere nelle profondità mistiche del Verbo e della filiazione a cui siamo chiamati, che possiamo o no accettare accedendo così o no all’eredità.
Sostiamo sui brani di Matteo che ci accompagnerà nelle domeniche dell’Anno A: la Messa Vespertina ci offre la genealogia secondo Matteo, la Messa di mezzanotte la nascita, sempre secondo Matteo, all’Aurora con Luca contempliamo i pastori e la schiera degli angeli e la messa del giorno con il prologo innico di Giovanni ci conduce nel grembo della Trinità.
Ci fermiamo ora sulla genealogia e sul racconto della nascita secondo Matteo.
Che senso ha la genealogia? Che senso ha per i figli della provetta, della scienza, della nascita programmata, o della mancanza di nascita in un mondo privo di speranza? Per il mondo antico la genealogia ha la funzione della carta di identità: la persona è figlia di quel padre, in una catena di generazione. Si tratta infatti di una genealogia che narra la linea della paternità (proprio ciò che dal XX secolo si è cercato di eliminare). Una persona nasce in un popolo ed è inserita nella sua storia, questo le dà una identità precisa. Questa storia (Mt 1, 1-18) inizia e termina con il nome di Cristo: egli è l’inizio e il porto, l’approdo della storia: dopo di lui la storia finisce? No: dopo di Lui inizia una nuova storia per l’umanità. Egli è figlio di Abramo e figlio di Davide, lo dice il primo versetto e lo riprende in ordine inverso l’ultimo, e il suo nome racchiude così una storia tripartita in tre sequenze di 14 generazioni ciascuna. Che ordine perfetto un una storia apparentemente e disordinata, casuale, confusa! Un seguito disorganico trova un’espressione letteraria perfetta nella formale 3 x 14 e questa perfezione letteraria è come la custodia e l’espressione della Sapienza di Dio che ha scritto questa storia. L’ordine letterario legge teologicamente il disordine degli accadimenti, vi legge l’ordine della provvidenza, la perfezione del piano di salvezza.
In questa storia compaiono quattro più uno cinque nomi di donna: Tamar Rahab Rut Betsabea e in fine Maria. Perché queste e e non ad esempio le grandi madri di Israele, Sara, Lea? Non è nemmeno giusto identificarle tout court come “peccatrici”, Rut non è una peccatrice è una straniera; ma non tutte sono straniere, come non tutte sono peccatrici, Maria poi non è né straniera né peccatrice. Cosa le abilita ad appartenere alla genealogia del Messia di Israele? Sono donne che hanno generato in condizioni quasi impossibili, son donne la cui maternità ha un segno prodigioso, annunciano la maternità verginale di Maria. Anche grazie a queste cinque donne la storia del popolo si rivela come luogo teologico della sapienza di Dio in atto. La genealogia termina su una affermazione anomala rispetto al ritornello: generò, generò, generò… una storia di fecondità dove improvvisamente la linea diventa da paterna materna: generò Giuseppe lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo (Mt 1,16). E la genealogia finisce. Il racconto della nascita serve a motivare quest’anomalia.
Anche nel racconto della nascita il nome di Gesù lo abbraccia all’inizio e alla fine (vv. 18 e 25): il centro della storia precedente, il centro dell’avvenimento presente è Lui, il Cristo . Gesù mette scompiglio nel piccolo nucleo di quest’iniziale famiglia: è nel grembo di Maria, ma Giuseppe non è il padre. Entra un altro protagonista di questa vicenda: lo Spirito Santo, grazie al quale Colui che nasce è figlio di Maria e figlio di Dio. Il dramma familiare provocato da questo strano intreccio si risolve grazie all’intervento di un angelo. Gli angeli sono i silenziosi accompagnatori di questa notte di silenzio e di luce. Un angelo porta l’annuncio a Maria, Giovanni Battista, messaggero, (angelos in greco) preannuncia il Messia, una schiera di angeli canta la gloria di Dio alla grotta di Betlemme, un angelo adesso suggerisce a Giuseppe la linea da tenere e spiega cos asta avvenendo. Il mondo di Dio si affaccia nel mondo dell’uomo e discretamente lo guida. Gli angeli, amici dell’uomo, esistono, e operano. La chiesa ci insegna la presenza dell’Angelo custode: non è male fare nuovamente amicizia con lui. Dopo l’intervento dell’angelo una profezia tratta dall’Antica Alleanza dà la garanzia che ciò che sta avvenendo è proprio ciò che doveva avvenire. Giuseppe può dunque dare il suo nome a Gesù inserendolo nella stirpe davidica. Giuseppe non è genitore ma è padre, Maria è madre e vergine. Gesù è il figlio nel quale tutti possiamo essere figli (Gv 1, 18)
La genealogia inserisce la nascita di Gesù nella storia del popolo. Il racconto della nascita lo inserisce legittimamente in un nucleo familiare: guardando questo figlio dell’uomo che è anche figlio di Dio comprendiamo che la persona umana è compiuta quando è inserita nella storia di un popolo cui appartiene e nella microstoria di una famiglia da cui riceve l’identità più immediata, un figlio di uomo nasce in un insieme di relazioni generative, nell’obbedienza a un disegno d’amore che lo precede e lo accompagna.
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