M.F. Righi, Lectio divina IV Domenica del T.O. – A

Le Beatitudini

“Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?”
(Regola di san Benedetto Prologo 15)

Dopo un inizio in cui chiamata insegnamento e guarigioni avvengono come in modo casuale, con le Beatitudini l’insegnamento di Gesù assume un’importanza particolare ed è rivolto non solo ai primi chiamati, ma a tutti i discepoli, cioè a coloro che sono disposti ad ascoltare la parola. Le beatitudini  costituiscono anche il primo dei cinque grandi discorsi che formano la struttura di Matteo.  Nell’interpretazione comune Gesù è il nuovo Mosè, ma la Legge che proclama non è la confessione del Decalogo, piuttosto ne è l’interpretazione autorevole e una conferma e rafforzamento, anzi il dono necessario per realizzarlo. Gesù sale sul monte non per incontrare Dio ma per farsi incontrare, perché colto da compassione per le folle che lo seguivano. Gesù qui è presentato come il Re pastore che si prende cura del popolo…

San Bernardo, al seguito di Agostino e dei Padri, commenta il dono di questa nuova Legge. Egli vede la Voce del Signore come un dono efficace che raggiunge la persona nell’esperienza della sua miseria, la raggiunge dunque non come un comando, ma come una parola che, accolta, opera una nuova creazione. Accogliere questa parola che proclama beati i poveri scatena una lotta interiore, per arrivare a capo della quale è necessario percorrere uno dopo l’altro gli otto gradini delle beatitudini, passando così dalla miseria alla pace, con l’aiuto dei doni dello Spirito;  ciascun dono corrisponde a una beatitudine.

Beati i poveri. Siamo poveri. Il primo dono dello Spirito, il timore, aiuta alla presa di coscienza della vera condizione personale, e a  una scelta di conversione, ma suscita anche un moto di ribellione di tutto ciò che era ormai abituato a un altro regime,  provoca l’immediata resistenza della volontà e del corpo abituato al regime del piacere. Sarà il dono della pietas ad ammansire la volontà, rendendola mite e riconducendo il corpo alla docilità al giudizio della ragione, e ciò avviene con la voce del Signore che proclama Beati i miti, perché possederanno la terra del proprio corpo. Ma la ribellione è profonda, è la ragione stessa a trovarsi corrotta, cieca e impotente, non può perciò che piangere e il pianto la purifica: Beati quelli che piangono a essi è offerta la promessa della consolazione;  il pianto è provocato dal dono di scienza  che fa capire alla ragione di esser lontana dal vero. Ma se si lascia purificare dal pianto udrà ancora la voce del Signore che proclama beati gli affamati e lo spirito di fortezza la farà entrare nel nuovo paradiso della buona coscienza dove potrà saziarsi tra gli alberi del nuovo Eden e godere la consolazione. A questo punto, ammansita la volontà, ricondotto il corpo all’obbedienza, illuminata la ragione, la memoria si trova però ancora occupata dal ricordo della vita passata, dei peccati e dalle esperienze negative; a questo punto solo la parola del perdono, solo la Misericordia rende beati: Beati i misericordiosi prima di tutto con se stessi con la propria anima. La misericordia opera la purificazione della memoria con il dono del consiglio rendendo innocuo ciò che prima faceva male, non lo toglie, ma gli restituisce una specie d’innocenza. A questo punto l’anima può rialzare il capo e desiderare di vedere Dio. É la parola del Signore che proclama beati i puri di cuore a suscitare questo desiderio e il dono dell’intelletto a renderlo possibile. In questo modo la persona ha progressivamente operato una pacificazione con se stessa (poveri, miti)  con gli altri (giusti, misericordiosi) e con Dio (puri): che cosa rimane se non il dono della sapienza che le fa sperimentare la beatitudine dei pacifici, cioè di coloro che hanno pacificato corpo, anima e spirito? Chiude l’abito delle beatitudini come con il sigillo della somiglianza con il Signore la beatitudine dei perseguitati propria di coloro che vivono tutto questo anche nella persecuzione e perseverando fino alla morte.

Rimane solo da chiederci: noi vogliamo davvero con ardore la vita e la beatitudine?

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