Isaìa 6, 1-2-3-8; Sl 137; Lc 5,1-11; 1Cor, 15,1-11
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Da evangelizzati a evangelizzatori (o peccatori pescati e inviati)
CCC 777 La parola “Chiesa” significa “convocazione”. Designa l’assemblea di coloro che la Parola di Dio convoca per formare il Popolo di Dio e che, nutriti dal Corpo di Cristo, diventano essi stessi Corpo di Cristo.
La liturgia di questa domenica presenta in tre icone successive la chiamata, la consacrazione e la missione di Isaia, uno dei più grandi profeti dell’Antica Alleanza, di Pietro, il Vicario di Cristo, e di Paolo, l’apostolo delle Genti. Tre evangelizzati che diventano evangelizzatori. Ciascuna delle tre letture presenta un modello, un tipo particolare di chiamata e d’invio.
Ciascuna delle tre letture è caratterizzata da un elemento fondamentale:
Nella vocazione di Isaia l’elemento dominante è il fuoco, il nome di Serafini significa “ardenti”, a quel fuoco nessuno si avvicina e anche l’angelo prende il carbone ardente con le molle, è l’elemento che purifica, in una liturgia caratterizzata dal fatto che il tempio luogo della Presenza è completamente invaso da questa Presenza che lo supera talmente che basta un lembo del mantello per riempirlo. La Presenza di IHWH invade l’universo, supera il tempio
«La sua vita (di Isaia) ha tre centri, che ai suoi occhi ne fanno uno solo: la città di Gerusalemme, il Tempio, la dinastia regale. Quando “vede il Signore” è in pieno centro della città, nel tempio. Ed è là che vede apparire “il re IHWH” (Is 6,1 e 5). La missione che Isaia riceve è quella che un monarca dà al suo inviato. La nobiltà di quest’ultimo è sottolineata dal fatto che si è liberamente proposto per adempiere la sua missione. Mentre verso l’anno 740 vedeva Dio il profeta assisteva alla liturgia dall’alto, ascoltava il canto dei Serafini; cioè degli ardenti. Ancor oggi ripetiamo le loro lodi e nella Liturgia della Messa: “Santo, Santo, Santo il Signore” a partire dal testo di Isaia l’incandescenza dei serafini e quella della “Santità” si corrispondono. Nessuno tocca il fuoco, ma il fuoco, lui, invade tutto. Sia per distruggere, purificare, o riscaldare. Nessuno può toccar Dio che solo può esser qualificato santo. Anche l’angelo prende il fuoco con le molle dall’altare. Ma è per toccare le labbra del profeta perché si è detto “uomo alle labbra impure, in mezzo a un popolo dalle labbra impure” non è né piccolo né povero, ma peccatore. Eccolo purificato. L’impurità della lebbra, comune al profeta e al popolo, designa probabilmente il contrario della parola vera, sostituta dell’equivoco e del vuoto Isaia parla il vero: metterà il popolo davanti a se stesso, attraverso ritratti indimenticabili. (1, 10-20)» (Paul Beauchamp, Cinquante Portrait Bibliques, Seuil, 2000, p. 182)
Isaia riceve la sua chiamata per mezzo di una visione, nel tempio, cioè nel luogo più sacro per Israele, nel momento storico della morte di un re, momento in cui si afferma indiscussa la regalità di IHWH. Isaia “vede” Dio. Neppure Mosè ha visto Dio. Vedere Dio per l’Antico Patto equivale a morire. Ma Isaia vede Dio nell’espressione della sua santità, in una liturgia celeste. Là IHWH si manifesta come il vero Signore della storia. E’ tre volte Santo, trascende l’esperienza umana in modo indicibile, eppure la sua Gloria riempie il tempio. L’elemento che caratterizza questa vocazione visone è il fuoco; la Presenza del Santo è attorniata di Serafini (ardenti, brucianti) il fuoco, la brace sull’altare. Davanti alla santità trascendente di Dio risalta la costitutiva impurità dell’uomo. Non è questa una semplice obiezione alla missione, come la balbuzie di Mosè o la giovinezza di Geremia: è una costitutiva sproporzione, un’impurità radicale che emerge proprio per lo strumento tipico della vocazione profetica, la parola; “io sono un uomo dalle labbra impure”: infatti Isaia ammutolisce. E’ l’iniziativa di Dio, il Serafino ardente, che abilita il profeta a una missione che di per sé lo supera da tutte le parti, purificando le sue labbra – parole con una brace presa dall’altare. Il profeta si appoggerà allora non su di sé, ma sulla missione ricevuta, può allora rispondere, ritrovando la parola e assumendo l’iniziativa di un’offerta: Manda me!
Nel vangelo invece l’elemento fondamentale è l’acqua, in una liturgia del tutto lavorativa, dal mare, cioè dominando le acque, ma in una attività lavorativa quotidiana, Gesù insegna e la teofania è costituita non più da fuoco, ma dalla fecondità e sovrabbondanza della pesca. Emerge la figura di Pietro (per sei volte chiamato Simone e una volta Simon Pietro) per cui Gesù aveva già guarito la suocera e che vede il maestro nelle vesti di uno che insegna e che dà ordini ai pescatori.
E’ suggestivo il commento di Ambrogio : «Questa è la nave che nel vangelo di Matteo ondeggia tuttora sui flutti e in quello di Luca si riempie di pesci, affinché tu comprenda che la Chiesa agli inizi è agitata dalle tempeste, ma in seguito trabocca di pesci» – la barca che porta Pietro non si lascia scuotere dai flutti, a lui il Signore dice: “Prendi il largo” intendendo: Ti affido la dottrina e la capacità di discutere in profondità le dottrine erronee «Verso queste profondità teologiche la Chiesa è guidata da Pietro»
E ancora
«E che cosa significano le reti degli apostoli, che Gesù ordina di calare in mare, se non la concatenazione delle loro parole, direi le maglie del discorso e le profondità delle dispute che non lasciano più sfuggire quanti riescono a prendere? E giustamente gli strumenti della pesca degli apostoli sono le reti, perché non uccidono la preda, ma la conservano in vita, e dall’abisso la sollevano all’aperto, trasportando creature fluttuanti dalla terra al Cielo» (Ambrogio, Commento al Vangelo di Luca, Città Nuova, p.359 ).
Nel racconto di Luca muta il contesto esteriore ma è il rapporto tra Gesù e Pietro è molto simile al rapporto tra il Signore e Isaia. Qui la scena si svolge nel panorama della più comune quotidianità lavorativa: il lavoro dei pescatori. L’elemento dominante è l’acqua. Il luogo da cui Gesù parla è una barca, la barca di Pietro; diventerà il simbolo della Chiesa che attraversa le acque della storia, ma già ora la barca è la casa di Pietro, e diventa la cattedra da cui risuona sul lago la Parola di Dio. Non c’è più il tempio. Il nuovo tempio da cui viene la parola è la persona stessa di Gesù, e la Chiesa è il luogo dove due o tre sono riuniti nel suo nome.
Gesù insegna e le folle si accalcano per ascoltare la Parola: non più serafini ardenti, tempio pieno delle volute dell’incenso e fuoco sull’altare: qui c’è il lago di Galilea e un popolo i pescatori, un insegnamento dato da una barca, nel momento in cui le persone prendono coscienza della vanità della loro fatica: il lavoro durante la notte è stato infecondo! La pesca è sovrabbondante, come a Cana sovrabbondava il vino. Pietro dietro l’eccezionalità del fatto intuisce l’Identità unica del misterioso carpentiere che si permette di dar consigli a un pescatore di professione, e davanti alla Parola efficace e autorevole di Cristo fa il suo atto di fede; il gettar le reti su quella Parola è l’equivalente del carbone ardente che purifica le labbra di Isaia: la fede purifica la coscienza, l’obbedienza la consacra. Da una parte il tempio, una voce tonante, presenze angeliche, manifestazioni di una sacralità trascendente, dall’altra il quotidiano che si trasfigura rimanendo pur quotidiano, i pesci son pur sempre solo pesci. Ma il totalmente Altro è infinitamente vicino all’uomo e alla sua fatica.
In questo rivelarsi scatta in Pietro la coscienza vera di sé, che è poi l’unica cosa che abilita alla missione. Questa missione è, infatti, sproporzionata, le labbra di un essere umano saranno sempre impure e portatrici inadeguate della Parola di Dio, il lavoro dell’uomo sarà sempre vano, senza la grazia, come dice Paolo nella seconda lettura “ho faticato più di tutti loro, non io, ma la Grazia di Dio che è con me”, davanti alla missione siamo tutti bambini e incompetenti. Le reazioni di Isaia e di Pietro sono la reazione dell’umiltà davanti al rivelarsi di Dio, che li pone in posizione giusta davanti a Lui, e in condizione di rispondere alla missione, tanto da prender l’iniziativa di offrirsi, tanto da lasciare tutto, pure quella sovrabbondante pesca e seguirlo per un’altra pesca.
Nella prima lettura si sottolinea una dimensione della chiesa: quella misterica, liturgica; nel vangelo emerge il primato di Pietro: la sua coscienza davanti a Cristo; nella confessione del suo esser peccatore emerge colui che sarà il primo tra gli apostoli; nella seconda lettura Paolo riassume nel Kerigma, in poche parole l’evento centrale della salvezza, e narra la trasmissione del nostro tesoro, il depositum fidei, affidato a uomini dalle labbra impure, (Isaia) da peccatori/pescatori(Pietro) al più piccolo degli apostoli, a un aborto, uno che neanche sarebbe apostolo. Dio ci doni il coraggio della verità.
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