La grande speranza che viene dalla fede cristiana
In questa santa settimana, cuore dell’anno liturgico, la liturgia propone alla contemplazione del nostro cuore e all’adesione della nostra libertà i santi misteri che compiono l’itinerario terreno del Figlio di Dio. Cominciamo con il seguirlo mentre come Re mite entra in Gerusalemme acclamato dalla stessa folla che pochi giorni dopo invocherà su di sé il suo sangue. La passione, in particolare in Luca e Giovanni, è il momento in cui avviene misteriosamente l’intronizzazione di Gesù come Messia e come Re. Vorrei allora rileggerla come una cattedra da cui il maestro offre i tre insegnamenti fondamentali sulla grande speranza cristiana che ricorda l’enciclica Spe Salvi: la preghiera, l’agire e il patire, e il giudizio.
La preghiera: Nella preghiera “diventiamo capaci di Dio e siamo resi idonei al servizio degli uomini. Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri”, Spe salvi 34
Luca è l’evangelista della preghiera, oltre a ritrarre Gesù spesso in preghiera soprattutto prima di eventi decisivi, è l’unico che ha tre parabole sulla preghiera, e che offre il racconto della passione come una grande catechesi di preghiera. Il racconto è, infatti, strutturato su tre grandi invocazioni di Dio come Padre; un momento di angoscia fino all’effusione di sangue, al Getsemani: 22,42 “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Un momento in cui pur dalla sofferenza, il momento preciso in cui lo crocifiggono, la cattedra della croce, (23,34) offre il perdono e un momento in cui conclude la vita con un ultimo atto di affidamento e di consegna (23,46). Notiamo anche che in tutte e tre questi momenti c’è una precisa evocazione del sangue sparso: al Getsemani scorre a gocce per lo sforzo dell’agonia, alla crocifissione è evidente, e nella consegna finale lo spirito si effonde mentre il sangue scorre e la vita abbandona il corpo del Figlio di Dio; lo spirito è vita, il sangue è la vita, Gesù muore donando la sua vita, il suo sangue come bevanda, il suo Spirito come linfa vitale.
L’agire e il patire: Bernardo di Chiaravalle ha coniato la meravigliosa espressione: Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis [SC 26,5) – Dio non può patire, ma può compatire. L’uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l’uomo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della Passione di Gesù.(SS 39) Nell’agire Cristo è consapevole e Signore di ciò che avviene: offre la Cena Pasquale consegnando la Nuova Alleanza, indica egli stesso chi lo tradirà, è perfettamente consapevole dell’inadeguatezza dei discepoli che mia sanno cogliere il modo di stare in quell’evento, guida l’azione con la consapevolezza del suo abbandono attivo nelle mani del Padre, e nel soffrire offre il perdono. Così la croce diventa per chi vi partecipa, per chi la rilegge, per chi vi assiste un momento di
Giudizio Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi.(SS 47). Già da subito, già in quell’oggi in cui per Luca avviene la salvezza, chi sta nel racconto della Passione con cuore disponibile ne sperimenta l’efficacia: Pietro che si lascia trafiggere il cuore dallo sguardo di Gesù, le donne che nell’accompagnare il Condannato si battono il petto, il buon ladrone che vede nell’oggi in cui riconosce il suo peccato schiudersi le porte del Paradiso tutti coloro che tornano da quello spettacolo ugualmente “battendosi il petto”. Questa sottolineatura è propria di Luca e aiuta a cogliere l’efficacia di redenzione che è nascosta in questa grande e santa settimana.
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