Lv 1-2;17-18;sl 102; 1 Cor, 3,16-23; Mt 5, 38-48
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La liturgia di questa domenica propone in un’unica parola, ripetuta con echi e risonanze diverse e complementari, la meta del cammino: siate santi – siate tempio – siate tempio santo. Per indicare la meta abbiamo due vocaboli: Siate santi (Lev) e siate perfetti (Mt). Che significato hanno per noi queste parole? Sono sovrapponibili e/o intercambiabili? Non le consideriamo un ideale bello ma inattuabile? Potrebbe quest’ultima essere una comoda giustificazione. Cerchiamo invece di capire per credere, per affidare a quelle parole il compimento della nostra vita.
Il Libro del Levitico (prima lettura) che è un testo legislativo, organizza le sue prescrizioni secondo tre grandi aree (Ravasi):
cap. 1-10 la torah del sacro (liturgia)
cap. 11-16 la torah della purità (vita quotidiana)
cap. 17-26 la torah della santità (liturgia e vita quotidiana)
Il nostro cap. 19 appartiene a quest’ultima area che abbraccia sia la liturgia che la vita quotidiana. La legge della santità coinvolge tutta la vita del popolo, ogni dettaglio, ogni istante del tempo, e ogni spazio, per arrivare, con i nostri versetti, alle radici della moralità, riassumendo la Legge in un unico precetto che è poi ripreso dalla bocca di Gesù nel Vangelo: amare il prossimo… Ma il prossimo di cui si parla non è più soltanto quello con il quale si condivide l’elezione, la prossimità arriva fino agli estremi confini della terra. La legge di santità delimitando la santità di cose, oggetti, spazi, persone, distingue tra una realtà sacra e una realtà profana, e sancisce la necessità di una separazione. Nel mondo antico la santità esprimeva infatti la nozione di una misteriosa potenza connessa con il divino e inerente anche a persone e istituzioni e oggetti. Israele reinterpreta questa “qualità di essere” che è la santità attribuendola unicamente a Dio, e per partecipazione a Israele, al tempio, a Gerusalemme, agli aspetti di culto nel quale il suo Amore si comunica. “Santità” è l’assoluta alterità e trascendenza (Os 11,9) ma anche il suo amore vicino (Os 11, 1-4) di padre e sposo. Il termine, legato alla tradizione liturgica e a quella profetica, si compie nella promessa di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo; una nuova qualità di essere che esprime l’appartenenza ontologica della persona e del popolo alla santità di Dio.
La santità di Dio appartiene nel NT in modo totale a Gesù. Se “santo” significa “separato” con la parola di Cristo la linea di separazione tra ciò che è sacro e santo e ciò che non lo è non passa più al di fuori del popolo, al di fuori della persona, come un recinto che custodisce l’elezione, passa invece all’interno del cuore dell’uomo, là dove egli si decide per Dio o contro Dio. Il tempio è il luogo del sacro, ma se la sacralità non è più delimitata da un confine fisico, il tempio non è più costituito dalle pietre, ma dalle persone, il tempio “siete voi” e voi siete santi. Come il confine della santità, così anche il confine della prossimità si sposta dall’esterno all’interno, dall’appartenenza etnica al popolo dell’alleanza, all’universale apertura verso l’altro.
Le parole del Vangelo rileggono il capitolo del Levitico di cui alcuni versetti sono riportati nella prima lettura, e confermano così l’interpretazione del “Ma io vi dico” che regge tutta questa sezione, non come una contrapposizione o l’annuncio di una Legge nuova, ma come l’interpretazione autorevole che la compie e che realizza ciò che nella prima era solo adombrato.
Nel Vangelo il termine corrispondente alla santità è il “siate perfetti”, un termine abbastanza raro che ha nello sfondo un significato sacrificale (infatti è l’offerta del sacrificio che deve essere perfetta e integra) e si compie sulla croce quando Gesù spirando dice: “Tutto è compiuto!” τετελεσθαι! È questa la giustizia sovrabbondante, la santità. Inoltre alcuni dei termini che ricorrono nelle prescrizioni ricordate da Matteo si ritrovano nel racconto della passione: gli abiti tolti, gli schiaffi a cui non si resiste, l’esser costretti…come Simone il Cireneo fu costretto a portare la croce (il verbo usato è lo stesso). Santi, o perfetti significa essere assunti nella sfera nel modo di essere di Dio: le letture di questa domenica ci suggeriscono di fare della vita una liturgia e di dilatare la liturgia a tutta la vita, di abbracciare tutta la vita nei contenuti del culto liturgico e di vivere la liturgia in riferimento alla concretezza della vita.
E questo non solo per i monaci per i quali l’Opus Dei è come l’identità professionale, ma per tutti i battezzati, consacrati nel sangue di Cristo, per tutti gli sposati, che hanno stretto alleanza nell’Alleanza di Dio con l’umanità, per fare delle nostre comunità e famiglie una Chiesa aperta nella misura dell’infinta carità di Cristo.
Md. Maria Francesca Righi
Nuova Citeaux Per la promozione della cultura cistercense

