M.F. Righi, Lectio divina della 6.a Domenica del T.O. – A

Sir 15,16-21; Sal.118; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

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E Io vi dico…

La prima lettura dal Siracide, pone la scelta tra la vita e la morte, il bene e il male; il salmo responsoriale parla della Legge e la lettera ai Corinzi parla della sapienza misteriosa di Dio rimasta nascosta ma a noi rivelata; tutte e tre le letture mettono in relazione i due termini della Legge e della Sapienza, del comando e della sua intelligenza, del rapporto tra la legge Antica e la Nuova.

Ad alcuni principi generali che regolano il rapporto con la Legge rivelata, seguono sei casi particolari d’interpretazione, suddivisi, nell’esposizione liturgica, tra la VI e la VII Domenica TO. Ciascuno di essi è introdotto dalla formula (Ma) E io vi dico… Già il tradurre E io, invece di Ma io mette sulla pista di un’interpretazione non antitetica, piuttosto di compimento, di rafforzamento d’intensità, dove l’Io di Cristo riassume tutto il valore dell’Antica Alleanza compiendola nella Nuova e donandole una nuova profondità di significato. Il principio generale, infatti, esposto nel vv. 17-20 afferma come chiave di lettura il principio di riforma all’interno di un’ermeneutica della continuità: Non sono venuto a distruggere, ma a portare compimento.

Nel Vangelo di Giovanni l’“Io” di Cristo, la sua identità e la forza autorevole della sua persona sono espresse dai simboli con cui si accompagna: Io sono il pane, l’acqua, la luce, la vita. In Matteo tutta la forza divino umana dell’Io di Cristo è come condensata nell’autorevolezza definitiva della sua Parola: Ebbene Io vi dico” e questa Parola non solo non scioglie la Legge ma la compie fino all’ultimo iod, o trattino. Colui che, secondo la tradizione ebraica ha creato il mondo con le lettere dell’alfabeto, opera con le stesse lettere una nuova creazione. L’alef, esclusa dalla prima creazione, inizia la nuova (infatti, la parola “Io” inizia con l’Alef) e se i comandamenti iniziano con l’”Io sono” l’interpretazione che Cristo ne dà su monte delle Beatitudini, inizia con “Io dico”.

«Per ventisei generazioni la alef protestò al cospetto del trono divino e disse alla presenza di Dio: “Signore del mondo, io sono la prima delle lettere, eppure tu non hai creato il tuo mondo cominciando da me”. Rispose Dio: “Il mondo intero e tutto ciò che esso contiene è stato creato solo per merito della Torah, come è scritto, ma verrà il giorno in cui io verrò sul monte Sinai a elargire la Torah e allora la farò cominciare con te. Perché è scritto: Io sono il Signore Dio tuo!”».

Il rapporto di Gesù con la legge è espresso anche in altri brani evangelici dove sembra porre una distanza tra un prima e qualcosa di nuovo da lui portato: Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli Mia madre e i miei fratelli sono quelli che fanno – ascoltano la parola di Dio, e la mettono in pratica. E’ un rinnegamento della maternità e fraternità, o piuttosto un approfondimento e una qualificazione di un livello o di maternità e di relativa fraternità più profondo della carne? E ancora quando alla donna che a gran voce dice Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato! Egli risponde: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano! vorrebbe con questo escludere dalla beatitudine Maria, che tutte le generazioni chiamano beata, o piuttosto indicare una ragione più profonda della beatitudine, che è stata anche quella di aver nutrito il figlio di Dio?

E anche qui la particella de può essere, come spesso è avvenuto, intesa in senso avversativo, Ma io vi dico, ma anche in senso di compimento e di rafforzamento… Ebbene io vi dico. Tutto il Vangelo di Matteo indica piuttosto il compimento e la pienezza come il senso più probabile.

E lo vediamo anche nelle tre situazioni che il vangelo di questa settimana ci presenta. Tre situazioni che indicano un modo falso di vivere il rapporto con l’altro o odiandolo fino ad ammazzarlo…o possedendolo fino ad annullarlo; nella loro apparente differenza i due modi si equivalgono nell’esito l’annullamento dell’alterità, o per fusione o per eliminazione. Il terzo elemento riguarda il rapporto con Dio: l’abuso del suo nome.

I tre esempi considerati sono: l’omicidio, l’adulterio e il giuramento, che corrispondono rispettivamente al quinto, al sesto, e al secondo comandamento. La parola di Cristo non annulla il comandamento di non uccidere piuttosto ne indica la sorgente e suggerisce la via per eliminarne la causa. Dice Crisostomo: “Radice dell’omicidio è la collera; chi dunque taglia la radice, a maggior ragione distruggerà i rami, anzi non li lascerà nemmeno nascere”. Egli tiene in gran conto l’amore, che è radice di tutti i beni, il contrassegno dei discepoli; esso sostiene tutto il nostro essere è al di sopra di tutto. Dopo aver corretto l’ira, prima giudicandola poi indicando la via della riconciliazione, (secondo la tradizione ebraica non è Dio che può perdonare l’offesa fatta al fratello, ma il fratello stesso che è stato offeso) corregge l’altra passione fondamentale che abita il cuore dell’uomo, la concupiscenza o cattivo desiderio. Le parole di Cristo spostano il significato dell’adulterio dal «corpo» al «cuore». Sono parole che riguardano il desiderio. L’omicidio è frutto del vedere nell’altro un bene da eliminare, l’adulterio è frutto del ridurre l’altro a un bene da possedere, e il giuramento è relativo a un rapporto autentico con la verità, sulla quale si chiama Dio a testimone, pena un’auto-maledizione.

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