Gs 5, 9a.10-12; Sl 33, 2-7; 2 Cor 5, 17. 21; Lc 15, 1-3, 11-32
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Dives in misericordia
Questa pagina di san Luca costituisce un vertice della spiritualità e della letteratura di tutti i tempi. Infatti, che cosa sarebbero la nostra cultura, l’arte, e più in generale la nostra civiltà senza questa rivelazione di un Dio Padre pieno di misericordia? (Benedetto XVI, Angelus, 14-03-10)
Giunti a questo punto del percorso quaresimale ricapitoliamo i temi delle domeniche precedenti perché siamo con questa domenica a un apice della rivelazione del Vangelo di Luca e di tutti i sinottici; infatti, la parabola del Padre Prodigo (nel senso di prodigo di sé, prodigo di misericordia, come ci dice Guerrico di Igny) appartiene in esclusiva alla penna di Luca.
Nella prima domenica abbiamo appreso come appellarci alla Parola di Dio nel momento in cui la nostra umanità debole e segnata dal peccato, è messa alla prova.
Nella seconda domenica la Rivelazione sul Tabor della Bellezza divina conforta la fede di Pietro e degli altri; la vittoria sulla tentazione avviene per la Rivelazione della Bellezza, Bontà, Verità di Dio: “Ascoltatelo”. D’ora in poi è Gesù la Parola del Padre.
Nella terza domenica si fa preciso l’invito alla conversione: la rivelazione del Nome che salva è un invito a mutare radicalmente vita.
In questa domenica abbiamo la Parabola del Padre e del Figlio (Vangelo), l’avvento di una nuova creatura, esito della circoncisione, (prima lettura) e il ministero della riconciliazione affidato a uomini riconciliati (seconda lettura).
Questa parabola, tra le più note e commentate, mentre ci fa conoscere in Gesù che ne è lo specchio, il cuore del Padre, ci rivela il modo di agire di Dio e la sua misericordia, e nel figlio lontano che accetta di iniziare il cammino di conversione il modo di fare del credente che accoglie l’invito a “ritornare a me con tutto il cuore” risuonato all’inizio del cammino quaresimale. Ma è anche la parabola dei due fratelli: ci fa conoscere quali sono le radici del conflitto fraterno che appesantisce la vita di famiglie e comunità: una cattiva opinione e un rapporto sbagliato con il Padre. Le letture nel loro insieme poi offrono nell’itinerario sacramentale che vi è discretamente suggerito, il percorso della fede adulta: dalla circoncisione, figura del Battesimo, che toglie il peccato e sancisce l’appartenenza al popolo di Israele, il vangelo offre la strada del ritorno a chi pure già figlio ha preferito la strada della regio dissimilitudinis, e a chi ritorna dona la veste nuova del battesimo, l’anello dell’alleanza sponsale, e prepara il banchetto eucaristico segno di riconciliazione e di gioia.
La vicenda dei due fratelli s’iscrive nella lunga storia della rivalità che da Caino e Abele in poi si insinua nel rapporto fraterno, e che si scatena per una supposta preferenza paterna nei confronti di chi non ne avrebbe il diritto, una preferenza che non rispetta le leggi della convenienza sociale, la legge della primogenitura (Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe e Esaù, Davide e Saul, e infine il popolo di Israele e gli altri popoli, e si rinnova nella Chiesa nel rapporto tra fedeli che provengono dalla circoncisione e fedeli che provengono dal mondo pagano). I padri qui interpretano simbolicamente i due fratelli come la chiesa che proviene dalla circoncisione (il fratello “bravo”) e i fedeli che provengono dai pagani (e che hanno sperperato i loro beni con gli idoli). Ma il paragone così non regge molto: entrambi sono in un rapporto falsato con il Padre. Il figlio minore pretende l’eredità prima che il padre sia morto: è figlio ma sta nella casa del Padre senza libertà, come un ribelle, è in modo speciale la parabola dell’uomo moderno, che sta nella chiesa, se ci sta, come uno schiavo che vuole fuggire. Il maggiore sta nella casa del Padre come uno che ne ha acquistato il diritto, ci sta come un mercenario, come uno che ci sta per il salario, per la ricompensa, ma non con il cuore, come uno che obbedisce per la paga, o per timore, ma non conosce la libertà filiale.
I due figli rappresentano due modi immaturi di rapportarsi con Dio: la ribellione e un’obbedienza infantile. Entrambe queste forme si superano attraverso l’esperienza della misericordia. Solo sperimentando il perdono, riconoscendosi amati di un amore gratuito, più grande della nostra miseria, ma anche della nostra giustizia, entriamo finalmente in un rapporto veramente filiale e libero con Dio.(Benedetto XVI, Angelus, 14 marzo 2010)
I due figli rappresentano due atteggiamenti in cui possiamo riconoscerci o anche due tappe del cammino di crescita della libertà filiale: dallo schiavo, al mercenario, alla Sposa, che sta nella casa del Padre perché ne condivide gli interessi, collabora alla sua opera, ha parte al suo cuore, cosi come i padri cistercensi descrivono l’unitas spiritus con Dio.
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