M.F. Righi, Lectio divina della 31.ma Domenica del T.O. – A

M.F. Righi, Lectio divina della 31.ma Domenica del T.O. – A

Mal 1,14-2,2.8-10; Sl 130: 1 Tess  2,7-9.13; Mt 23,1-12

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Paternità e maternità nella Chiesa

La liturgia di questa domenica ci offre un trittico che potrebbe esser descritto così: ai due pannelli laterali sono rappresentate le minacce e gli avvertimenti propri della predicazione dei profeti che Matteo riprende nel capitolo 23 con i Guai, le invettive pronunciate da Gesù contro gli scribi e i Farisei.  Il pannello centrale invece rappresenta l’Apostolo Paolo che di sé e di tutti i pastori della chiesa afferma: siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. Questa “tenera maternità” è al centro perché è la chiave di lettura sia del primo sia del terzo pannello, sia delle maledizioni dell’Antica Alleanza come delle invettive della Nuova. Sembra paradossale e un po’ lo è, ma come la gelosia è l’altra faccia dell’amore così una passione dettata dalla consapevolezza del valore che è in gioco, si esprime in tenerezza, dove non è ostacolata e in maledizione dove trova durezza e incomprensione.

Al termine del Cap 22 le varie categorie del popolo di Israele hanno esaurito i capi d’accusa e i motivi di controversia contro Gesù.  E sono tutti senza parole. Nessuno era in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo (Mt 22,46). A questo punto perciò prende Lui la parola, ma non in un’arringa contro i suoi accusatori o contro quelli che l’hanno messo alla prova (tutte le domande poste erano per coglierlo in fallo o per farlo eventualmente inciampare in modo da poterlo accusare) infatti, non si rivolge ai farisei anche se è di loro che parla, ma alla folla e ai suoi discepoli.  La liturgia riporta solo i primi 12 vv. ma sono 39 versetti che contengono sette “Guai” e un gran pianto, il pianto di Gesù su Gerusalemme.

Qualche commentatore[1] sostiene giustamente che potrebbe esser incorporato al quinto discorso escatologico che pure termina nel giudizio definitivo che è attuato nella passione e risurrezione; in questo modo si avrebbe una suggestiva inclusione, tra le beatitudini promesse ai discepoli e alla folla e le invettive minacciate contro i farisei ma sempre rivolgendosi alla folla e ai discepoli (l’ordine degli ascoltatori è invertito rispetto al discorso del monte). Questo confronto metterebbe tutto insegnamento verbale di Gesù tra la promessa della beatitudine la minaccia del castigo eterno, tra la promessa del paradiso e la possibilità dell’inferno.

Questo modo di esprimersi, la forma letteraria del lamento e della minaccia proprio della predicazione dei profeti, appartiene alla categoria dei RIB biblici, cioè dei processi che il Signore intenta “contro” il suo popolo[2]. Questo presentare in modo appassionato i capi d’accusa non ha nulla della catastrofe negativa piuttosto è come l’ultima possibilità per la conversione, per l’accoglimento di un giudizio. Non per niente ogni venerdì santo Il Signore andando alla croce rinnova nella liturgia il suo lamento verso il suo popolo: Che cosa ti ho fatto???

L’atteggiamento dei farisei è sintetizzato nella “ipocrisia”. La parola “ipocriti” ritorna quattro volte nel discorso delle beatitudini e sette in questo discorso dei guai, inoltre in 22, 18 quando il Signore chiede “Ipocriti, perché mi tentate? svelando una falsità non evidente nel modo di porsi di quelli che gli fanno domande. Questa stessa parola era anche un modo per esprimere la capacità di interpretare un testo, ad esempio la legge, e di qui era passata a indicare l’abilità degli attori di interpretare un ruolo. La brama di apparire, di esser visti fa più pensare a questo assumere un ruolo, piuttosto che entrare in una via di vera conversione di sé, muoversi in relazione a un apparire più che a un essere, a una facciata più che a una sostanza. I dodici versetti che introducono il discorso dei guai dipingono gli ipocriti al contrario di come Gesù aveva insegnato nel discorso della montagna. Aveva detto in 6, 2: non siate come gli ipocriti che suonano la tromba davanti a sé quando fanno elemosine… Qui al contrario gli ipocriti sono quelli che non solo dicono e non fanno, ma invece di donare mettono sugli altri i pesi che essi non vogliono portare. Ancora in 6, 5 aveva messo in guardia contro il volersi far vedere nella preghiera, e qui i farisei sono proprio additati come coloro che nel momento della preghiera cercano i primi posti, il riconoscimento di onore piuttosto che non il nascondimento e il silenzio. Ancora nel discorso della montagna l’altra messa in guardia era contro lo sprecare parole, ripetendo inutilmente le stesse cose, (6,7) e qui segue il triplice insegnamento che riconfigura il compito dell’autorità e dell’insegnamento.

Tre titoli sono sconsigliati ai discepoli: non fatevi chiamare. Rabbì (titolo d’onore di chi insegna), Padre (titolo riservato al Padre che Gesù è venuto a rivelare dando un volto al IHWH dell’Antica Alleanza), e non fatevi chiamare guide… non perché siano azzerati i compiti di autorità all’interno della comunità cristiana, ma perché questi non vanno configurati secondo la brama di onore di chi vuole appropriarsi dell’onore dovuto a Dio solo. E il modello cui configurare l’autorità nella chiesa è quello indicato nella seconda lettura da Paolo, modello che Cristo ha incarnato: prima facendo poi insegnando (At 1, 1-2), pregando nel segreto e nel nascondimento (Mt 14, 23), non imponendo pesi piuttosto portando su di sé i pesi e i peccati di tutti (Mt 8,16).

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[1] Vittorio Fusco, in Parola Spirito e Vita n. 21, p 153.
[2] Cf. Salvatore Maurizio Sessa, Quando Dio non perdona.

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