Es 22,20-26, Sal 17, 1Ts 1,5-10, Mt 22,34-40
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Il grande precetto
La liturgia di questa trentesima domenica del tempo ordinario propone tre letture tratte la prima dal libro dell’Esodo, atto di nascita del popolo di Israele, la seconda dalla lettera ai Tessalonicesi, l’atto di nascita della chiesa nella comunità di Tessalonica. E il Vangelo ci mostra Gesù in atto di rispondere alla quarta domanda tendenziosa, a lui offerta da un fariseo, stimolato dal fatto che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei. Avrebbe saputo fare altrettanto con un dottore della Legge? Il tema della controversia è la funzione della legge, atto non di nascita ma di formazione del popolo di Israele.
Per il popolo eletto l’Esodo è il libro che ricorda l’atto di nascita, la liberazione dalla schiavitù egiziana e la creazione di un popolo attraverso la guida di Mosè il cammino nel deserto e il dono della Legge. La legge così era diventata come la carta d’identità del popolo eletto quello che sanciva l’alleanza, in qualche modo il patto nuziale tra Dio e il popolo. Nel corso della storia c’erano stati momenti bui. Con le invasioni dei grandi imperi la Legge si era persa, era poi stata ritrovata e come con amore ancora maggiore recuperata e rimessa in onore, tanto che alcune scuole farisaiche erano arrivate a riconoscere 613 precetti dei quali 248, comandamenti positivi, obblighi 365 sono comandamenti negativi, divieti). Questa precisione non era come potremmo pensare un semplice formalismo, ma il sancire concretamente dell’appartenenza del popolo a Dio in ogni suo atto, in ogni momento della sua giornata; 248 era il numero che indicava le ossa del corpo, e 365 sono i giorni dell’anno: la dimensione corporea dell’uomo, nello scorrere del tempo era come custodita dall’osservanza della Legge. Si potrebbe forse dire che il moltiplicarsi dei precetti della Legge aveva la funzione che assunsero poi le regole monastiche nel governare al dettaglio tutta la giornata del monaco: rendere tutto sacro. Soltanto che, annota Guardini la legge avrebbe dovuto dare il popolo a Dio quasi in sua proprietà; attraverso ogni comandamento dio avrebbe steso la mano sopra il suo popolo, in realtà invece il popolo si appropriò della legge trincerandovi la sua esistenza terrena [1].
Il testo ritagliato per questa domenica riguarda l’atteggiamento da avere verso le categorie più deboli del popolo, quelle di cui Dio e il Re dovevano occuparsi direttamente perché non avevano nessuno che garantisse per loro: la vedova, l’orfano, il forestiero, le categorie ferite nell’appartenenza, e verso di esse la Legge comanda semplicemente di ricordare l’esperienza di povertà, di non appartenenza, di erranza, vissuta dal popolo e di fare con gli altri così come Dio aveva fatto con loro, salvandoli, dando loro un nome e un’identità, amandoli.
Questo significa la Legge dell’Antica Alleanza nel brano riportato in questa domenica; e il Vangelo con la semplice menzione dei due precetti taglia in radice ogni controversia, non eliminando alcun precetto, ma racchiudendoli tutti in due precetti sintetici. Come commenta Agostino:
Cristo Signore, pieno di misericordia, come volle rinchiudere la sua grandezza in un piccolo corpo, così volle racchiudere la legge, così ampia, in un breve precetto. Nella piccolezza di quel corpo noi possediamo tutto intero il Figlio di Dio; nella brevità di questi due precetti è contenuta tutta intera la legge di Dio. … Perché volevi distenderti lungo l’apertura dei rami? Tieni strette queste radici e tutto l’albero è nelle tue mani. Come si può vedere, il Signore ci ha inculcato la sua dottrina con una breve frase [2].
Il precetto stesso poi dell’amore di Dio è una specie di sintesi di tutto il mistero dell’uomo: cuore, anima e spirito: cioè con tutte le dimensioni dell’umanità, che comprendono anche il corpo, perché per l’antropologia biblica le dimensioni spirituali del cuore, dell’anima e dello spirito sono strettamente legate alla corporeità. I due precetti poi sono l’uno il completamento e la verifica dell’altro, l’amore del prossimo è l’espressione e la verifica dell’amore di Dio e l’amore di Dio è la fonte e il fine dell’amore del prossimo. Non resta dunque come sempre dice Agostino, più che diffondersi in parole, mettere in pratica ciò che è detto così brevemente e concisamente. Ambedue i precetti, infatti, non sono che la sintesi delle due tavole dell’Alleanza, la tavola dell’amore di Dio, e le tavole dei doveri verso il prossimo.. nell’amare il quale la misura da tenere è quella della verità dell’amore di sé… che non è egoismo, ma la base necessaria per amare anche l’altro, che ti è fratello nella comune natura umana. Come dirà Bernardo a Papa Eugenio: Nessuno ti è più vicino dell’unico figlio di tua madre [3].
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[1] Romano Guardini, Il Signore, Vita e Pensiero, p. 212.
[2] Agostino, Discorso 90\a. www.augustinus.it
[3] Bernardo, La considerazione.
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