M.F. Righi, Lectio divina della 3.a Domenica di Quaresima – C

M.F. Righi, Lectio divina della 3.a Domenica di Quaresima – C

Es 3,1-8a.13-15, Salmo 102 (103), 1Cor 10,1-6.10-12, Lc 13,1

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La Rivelazione del Nome: Gesù, Dio salva

L’espressione “nome di Dio” significa Dio come Colui che è presente tra gli uomini. A Mosè, presso il roveto ardente, Dio aveva rivelato il suo nome, cioè si era reso invocabile, aveva dato un segno concreto del suo “esserci” tra gli uomini. Tutto questo in Gesù trova compimento e pienezza: Egli inaugura in un nuovo modo la presenza di Dio nella storia, perché chi vede Lui, vede il Padre, come dice a Filippo (cfr Gv 14,9). Il Cristianesimo – afferma san Bernardo – è la «religione della Parola di Dio»; non, però, di «una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente» (Hom. super missus est, IV, 11: PL 183, 86B). Nella tradizione patristica e medioevale si usa una formula particolare per esprimere questa realtà: si dice che Gesù è il Verbum abbreviatum (cfr Rm 9,28, riferito a Is10,23), il Verbo abbreviato, la Parola breve, abbreviata e sostanziale del Padre, che ci ha detto tutto di Lui. In Gesù tutta la Parola è presente.”(Ben XVI 16_01_13)

“Io sono Colui che sono” a questa rivelazione è sospesa poi tutta la riflessione filosofica cristiana: questa rivelazione non appartiene né a Platone né ad Aristotele ma a Mosè (Tommaso, Summa I, 1, 13,11; Bernardo, De Consideratione I,V,VI; Bonaventura Itinerario V, 3; Agostino, Confessioni XIII;31,46). L’espressione “Io sono” nel verbo ebraico usato, afferma un’assoluta libertà da parte di Dio. Il verbo usato, infatti, significa sia un presente sia un futuro; significa: mi consegno e mi consegnerò, mi do e non mi darò. E’ la libertà infinita della vita di Dio che si rivela a chi vuole e si nasconde a chi vuole: un Essere di presenza che è anche un essere di compagnia, di garanzia “Io sono con te”: questa è già la promessa fatta a Isacco (Gn 26, 3-5), a Giacobbe (Gn 28, 15; 31, 3-5), a Giosuè (Dt 31, 23; Gs 1, 5); a Gedeone (Gdc 6, 16) a Davide (2, Sam 7, 9) agli esiliati (Is 43, 1- 5) e infine a Maria (Lc 1, 28). In questi due livelli di Presenza, l’essere e la storia, la presenza e la compagnia nel tempo e negli eventi, sono compresi anche i due momenti della chiamata di Mosè, la sua vocazione, e la sua missione, il suo essere chiamato a sua volta per nome, per due volte, e la sua missione di inviato per rivelare il prendersi cura di Dio delle sofferenze del suo popolo … La Rivelazione del Nome di Dio è anche la chiamata e la Missione di Mosè.

La seconda lettura descrive il cammino nel deserto, alle lezioni del quale deve conformarsi l’Apostolo, nella sua corsa, se non vuol essere trovato infedele invece di conquistare il premio. Ma: cosa c’entra con la rivelazione della prima lettura? Nella storia dell’esodo la Nube è come la colonna di fuoco (Roveto) il segno della Presenza che accompagna il cammino: battezzati nella Nube significa battezzati nella Presenza, e nel Mare, nel passaggio del Mar Rosso, (gli scrittori antichi vedono qui profilarsi i sacramenti del battesimo e della eucarestia). Ma l’Apostolo vuole ammonire: facciamo attenzione allora a che cosa dice della generazione perita nel deserto:

  1. non fu gradita a Dio (primo comandamento: cercare Dio solo)
  2. desiderarono cose cattive (non desiderare la donna e al roba d’altri)
  3. non mormorate come mormorarono (dare culto a Dio, onorare padre e madre)
  4. non fornicate (sesto comandamento)
  5. non tentare… (“Il Signore è in mezzo a noi, si o no”?)

Se non sono tutti i comandamenti del decalogo lo sono in buona parte: siamo davanti qui alla rivelazione della Legge consegnata al popolo in marcia nel deserto e ricordata al popolo nuovo nato dalla Pasqua di Cristo, in particolare il secondo comandamento: Non nominare IL NOME di Dio invano. Dopo la Rivelazione del NOME e la Rivelazione della Legge ecco nel Vangelo l’invito alla conversione, che viene bene dopo tante calamità naturali abbattutesi sulla nostra povera umanità; tante calamità che danno il senso della nostra precarietà, fragilità, caducità, in confronto con l’essere roccioso e stabile di Dio, di IHWH che è l’Essere. L’amore provvidente di Dio per il suo popolo si dimostra nella storia con il dono Della sua Presenza, del suo Nome, con il dono della Legge scritta nel cuore, e infine con il dono del Figlio. Gesù a sua volta pone ciascuno davanti alla responsabilità della propria vita. La domanda e l’invito alla conversione sono la domanda e l’invito a farsi protagonisti della storia personale ponendola a servizio del popolo. I due fatti narrati parlano delle sofferenze del popolo di Israele, Gesù è l’incarnazione della cura amorosa che Dio ha per il suo popolo, il suo invito, che ripete ma compie quello di Giovanni Battista “ormai la scure è posta la radice degli alberi” è un invito alla responsabilità personale e alla corresponsabilità. Ma se la parola rivolta all’uomo è un invito alla conversione, l’ultima parola di Dio è misericordia. Abbiamo avuto il dono di un grande e umile lavoratore della vigna: Chiediamo che il Signore non si stanchi di usarci misericordia.

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