Is 45 1, 4-6, Sl 95,1 Tss 1,1-5. Mt 22,15-21.
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La persona, Immagine di Dio
Viene dipinta da Dio quell’anima che ha in sé il fascino luminoso delle virtù e lo splendore della pietà. E’ dipinta bene quell’anima in cui risplende l’effigie dell’operazione divina, quell’anima nella quale c’è lo splendore della gloria, e l’immagine della sostanza del Padre” (Ambrogio, In Ex 8, 47; 7, 42)
Il capitolo 22 di Matteo raccoglie parabole e diversi discorsi e dialoghi con interlocutori che cercano di “prendere in contropiede” Gesù per poterlo accusare. Siamo sempre più alle soglie della passione, ma questo vangelo è collocato al termine dell’anno liturgico, dunque indica anche la fine della storia, nel senso della fine del tempo.
Nel primo episodio gli interlocutori di Gesù sono i farisei. La parabola del banchetto degli invitati che rifiutano, (il popolo eletto) dei molti chiamati, raccolti dalle strade (i popoli pagani), di quello trovato senza la veste nuziale (non basta esser chiamati: bisogna rispondere alla chiamata). E’ una parabola della chiamata . Per sette volte c’è il vocabolo Chiamare (evidente o nascosto: ad esempio la parola “invitati” ha la stessa radice di chiesa, sarebbe da tradurre: i chiamati).
Nel secondo episodio gli interlocutori sono i discepoli dei farisei e degli erodiani. Nei confronti dei romani, occupanti, i due gruppi sono “non ostili” (i farisei) e invece apertamente favorevoli, gli erodiani. Se alla loro domanda risponde di SI Gesù perde il favore della folla che desidera la liberazione dall’occupazione romana, se dice NO offre un motivo per essere condannato come sobillatore e rivoluzionario. Egli taglia la questione operando un discernimento.
Loro rimangono senza parole (il commensale senza abito nuziale era ammutolito), sono stupiti e se ne vanno. Se il primo episodio rappresenta la VOCAZIONE, questo rappresenta la TENTAZIONE, che spesso segue il primo avvertimento della vocazione. Tentare: nel doppio senso: indurre qualcuno al male, ma anche saggiare, mettere alla prova. Gli interlocutori vogliono far cadere Gesù e lo mettono alla prova con intenzioni malvagie; Gesù a sua volta mette alla prova gli ascoltatori, smascherando la loro ipocrisia. Passa le loro parole al vaglio della sua Parola di verità. Li mette di fronte a quello che stanno facendo: “Perché mi tentate?” Cioè: qual è la vostra intenzione reale? Non un interesse per la salvezza, per la sua Parola, ma l’interesse di mandarlo in rovina.
I farisei sono costituzionalmente ipocriti, così come Gesù è per essenza vero.
La parola “ipocriti” è venuta ad assumere il significato di colui che si mette nei panni di un personaggio, un attore, colui che s’immedesima in tutto il comportamento, lo spettacolo con il ruolo da lui assunto. Nel AT, nel NT e poi di seguito, gli ipocriti si preoccupano della loro “faccia” davanti agli uomini e non della loro posizione davanti a Dio; simulano la giustizia; è il contrario di ciò che è Gesù: vero, nel senso etimologico di ciò che non è nascosto, la realtà così com’è, la verità di fatto, ciò che ha consistenza, validità, e merita fiducia.
I farisei pongono a Gesù la domanda sul tributo, ed egli risponde che si tratta di valutare la moneta del tributo, essa stessa dà la risposta poiché porta il sigillo dell’appartenenza di chi l’ha fatta coniare; il sigillo dell’imperatore. Dunque all’imperatore che come Ciro, anche se occupante e oppressore, può avere una funzione nel disegno di salvezza di Dio, va il pagamento della moneta.
Tentare significa anche saggiare: è un verbo che significa valutare, soppesare e che è tratto dall’arte di riconoscere l’autenticità di una moneta. Smascherando l’ipocrisia dei farisei Gesù mette alla prova la loro autenticità: in base a che cosa essi si comportano, agiscono e parlano? In base alla verità iscritta nel loro cuore fin dall’inizio? O in base a una simulazione interessata, che nasconde la verità? Come la moneta porta l’imago di Cesare, la persona umana porta in sé l’immagine del Creatore. È cosa sua, a LUI VA DATA. E’ il sigillo dell’appartenenza a Dio
Nel terzo episodio gli interlocutori sono i sadducei, che negano la risurrezione. La vita (vita eterna e discendenza ) è frutto dell’unione con il Dio Vivente, non delle nozze dell’umanità (sette fratelli) con la donna: è un’altra forma della parabola degli invitati a nozze.. Le nozze reali sono quelle di Dio con l’umanità, da cui nasce la vita, e la vita eterna. Anche questa termina con lo sbalordimento di coloro che ascoltano.
Nel quarto episodio vv. 34- 40: gli interlocutori sono i farisei, riuniti insieme. Tema: il più grande comandamento della Legge.
Nell’ultimo episodio, vv. 41- 46, è Gesù stesso che pone la domanda sul Messia. E loro: e nessuno poteva rispondergli nemmeno una parola né osavano interrogarlo.
Il tema centrale: l’alternativa tra verità e ipocrisia, tra Cristo che è il vero, la verità, e l’atteggiamento farisaico che è l’ipocrisia. Ipocrisia che copre la verità dell’uomo, la nasconde.
Così come sulla moneta l’immagine di Cesare in noi, nel nostro cuore l’immagine scritta da Dio dice la nostra appartenenza a lui, e che noi DOBBIAMO TUTTI NOI STESSI A LUI CHE CI HA CREATI, CI HA REDENTI E CHE CONTINUAMENTE CI SALVA.
“Dunque, o uomo, tu sei stato dipinto, sei stato dipinto dal Signore tuo Dio. Hai un artista e un pittore capace, non cancellare una pittura di valore, che risplende non per una falsa apparenza, ma per la sua verità, non fissata con la cera, ma con la grazia (Ambrogio, In Ex 8, 47; 7, 42)
Così questo “rendere a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare” oltre a evocare il criterio che ha guidato per lunghi secoli la storia dell’Europa, ci dice: rendi a Dio, cioè: rinuncia al mondo e offri te stessa a Dio, anima bella che sei dipinta da Lui… Restituisci te stessa a Colui che ti ha creata,
“Conosci dunque te stessa, anima bella
Conosci te stesso,o uomo:
tu sei la gloria di Dio.”
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