M.F. Righi, Lectio divina della 27.ma Domenica del T.O. – A

M.F. Righi, Lectio divina della 27.ma Domenica del T.O. – A

Mt 21,33-43

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Quanto denuncia la pagina evangelica interpella il nostro modo di pensare e di agire. Non parla solo dell’”ora” di Cristo, del mistero della Croce in quel momento, ma della presenza della Croce in tutti i tempi. Interpella, in modo speciale, i popoli che hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo. (Benedetto XVI 5 ottobre 2008, Sinodo)

 

Darà in affitto la vigna ad altri contadini.

L’inizio del nostro brano è identico all’incipit del capitolo: si avvicina a Gerusalemme, si avvicina il tempo dei frutti, si avvicina all’ora di Dio.

La presentazione della parabola (vv.33.34), dei suoi personaggi e delle circostanze che l’accompagnano rimanda al Cantico di Amore che Isaia riporta nel capitolo 5: «Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna». Questa citazione biblica presiede il racconto suggerendone la chiave d’interpretazione, come se dicesse: «Ascoltate, quest’episodio che termina con “farà morire senza pietà” è una canzone d’amore».  Nella parabola dei talenti il padrone affida i suoi beni e parte, qui affida totalmente la gestione dei suoi beni, che peraltro restano suoi, e dei quali, infatti, reclama non tutto ma la sua parte. Reclama i frutti. La parola frutti, si ripete due volte all’inizio e alla fine e poi ritorna nella sentenza finale nel verbo “fruttificare”. Non diamo per scontato di capire che cosa significa. Confrontiamo con altri testi della Bibbia. Come primo significato vuol dire sia frutto, sia guadagno… ma allora sarebbe forse la parabola dei lavoratori dell’ultima ora al rovescio? Là si trattava del guadagno dei lavoratori, qui è Dio che richiede il frutto che gli è dovuto. Nel Nuovo Testamento la parola è usata sia in senso proprio (frutti di alberi, di vegetazione) che in senso figurato; in Matteo in particolare, secondo la mentalità giudaica molto concreta, ciò che si chiede all’uomo è il portar frutto delle buone opere. Le azioni buone confermano o negano la verità della conversione (Mt 3,8) e sono il segno della sua interiorità (Mt 7, 16) Come i frutti sono decisivi per l’albero così l’agire retto dell’uomo è decisivo per il giudizio di Dio.

Accanto alla parola “frutti” c’è quel modo tipicamente biblico di designare il tempo, che è il che è il kairòs. È il tempo in quanto di Dio, il tempo che Dio considera decisivo attraverso tutti i Kairoi della vita (Cf. Qoelet 3, Per ogni cosa c’è il suo momento). È il tempo ultimo, in cui si accolgono i frutti di tutti gli altri tempi, e insieme l’occasione nascosta nel tempo presente. Tutta l’esistenza del cristiano e tutta l’esistenza di Dio sta sotto il divino Kairòs (quello che per Giovanni è l’ora, per Paolo e Matteo il tempo). La connessione tra i due significati sta nel fatto che è nel cogliere il kairòs nascosto nel momento presente che si realizza il giudizio dell’ultimo kairòs, o meglio, il giudizio ultimo rivelerà quali sono state le risposte ai piccoli kairoi puntuali nei quali Dio invitava a un cambiamento, una conversione..  

Sotto il segno di questo kairòs sta in particolare la fine di Gesù. A questa fine si sta avvicinando mentre narra questa parabola. E questa parabola nella sorte del figlio ucciso la anticipa profetizzandola e inserendola nella storia della salvezza. E com’è la fine per la vita di Gesù così è anche il redde rationem per i contadini cui il padrone ha affidato la sua vigna, la pupilla dei suoi occhi…Si parla di tre invii, l’ultimo dei quali, quello del Figlio si risolve in un’uccisione.

Qui entra in gioco un’altra parola densissima per la mentalità biblica e cristiana. L’eredità, kleros e kleronomia. Kleros significa Gettare le sorti (Gs 18,10) per decidere la distribuzione della terra, o per dividersi il servizio del tempio. Con l’idea della “sorte” s’intende il destino/disegno fissato d Dio. Il kleros è il territorio assegnato a uno o all’altro.

Il Signore è l’eredità di Israele, solo una volta è detto che Israele è il kleros di Dio Dt 9, 29.  I termini kleros e kleronomia indicano che Israele non si è acquistato la terra di Canaan con il suo lavoro né come frutto di una progressiva conquista militare, ma che Dio gliela ha assegnata per una sua precisa determinazione; assegnata, data in sorte. Così che quando Israele la conquista può considerarla suo legittimo possesso. Kleros indica l’assegnazione; kleronomia indica la certezza della durata del possesso. L’esperienza che Dio fa fare al suo popolo, il modo in cui Egli guida la storia dice il significato e di questa parola.

Se, come abbiamo detto, il versetto iniziale indica l’interpretazione della parabola come una storia d’amore, non sembra adeguata la lettura che veda nella Chiesa degli “altri” cui sarebbe affidata la vigna in sostituzione di Israele. Piuttosto si vede nella chiesa un compimento della promessa fatta a Israele, del disegno di Dio, anche se la parabola nel suo insieme è evidentemente rivolta ai capi di Israele. Così infatti spiegano i vv. 42.43 sulla pietra scartata divenuta testata d’angolo.

La parabola preannuncia la morte del Figlio; la spiegazione esegetica che Gesù ne dà preannuncia la sua risurrezione, la costituzione della pietra scartata in pietra di fondamento, e questo fondamento è un figlio di Israele: Gesù. In conclusione: qual è il frutto della vigna se non la ricostituzione dell’alleanza tra Dio e il suo popolo? Questa è l’eredità, la parte assegnata a Israele.

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