Ab 1,2-3;2,2-4; sl 94; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17, 5-10.
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Il granello di senapa si presenta minuscolo: a guardarlo, non c’è cosa più insignificante, ma, se lo assaggi, non c’è nulla di più piccante. E questo, cosa rappresenta se non l’ardore della fede, portata al sommo grado nella Chiesa, e la forza che in tal fede è insita? (Agostino, Disc. 246)
Le tre letture di questa XVII domenica convergono sul tema della fede: come preghiera, come dono, come testimonianza, come attesa, come servizio; come forza più potente delle contraddizioni della storia (Abacuc), più forte della sofferenza e della prigionia (Paolo) e perfino delle leggi della natura (Luca).
La prima lettura propone la fede del giusto di fronte a una storia che vede il trionfo degli empi: il giusto vivrà per la fede. Il verbo vivere è in ebraico il verbo essere che viene usato per il nome di IHWH. Il vivere di fede significa appartenere all’essenza stessa di Dio, essere iscritti nel suo stesso Nome. L’oracolo affidato ad Abacuc promette una consolazione davanti al predominio del popolo di Babilonia, popolo che viene descritto come un popolo ateo, che pone la sua fiducia in se stesso. Contrapposta a quest’arroganza piena di sé è la fede del giusto che dà credito a IHWH. Il versetto “Il giusto vivrà per la sua fede” viene poi ripreso e riletto nella sua pienezza da Paolo nel Nuovo testamento. Abacuc, profeta senza radici, senza padre né madre nè discendenza eppure profondamente infisso nella storia del suo popolo tanto da dar inizio alla serie dei profeti scrittori.
C’è un uomo mosso dalla cupidigia e dall’ambizione dice Abacuc che si gonfia con la sua arroganza e con quello che inghiotte, o con i suoi successi; ma non trionferà perché non è retto. E c’è un uomo opposto al precedente, giusto e innocente, che non ricorre alla forza, perché si fida di Dio, e per questo salverà la sua vita. Seguono in Abacuc 5 guai che cantano il fallimento dell’arroganza. La fine dell’inno celebrerà la fiducia.
Abacuc è davanti al problema della storia..e l’ultima parola del libro è un atto di fede.
Ma io gioirò nel Signore, Esulterò in Dio mio Jesu, mio Salvatore
La seconda lettura vede la fede come testimonianza da rendere a Gesù ance in situazione di prigionia
Il canto al vangelo riassume la forza della fede che vince il mondo; vince la storia(I lettura), vince la persecuzione (II lettura) vince la natura (Vangelo)
Nel vangelo: siamo nel quadro della salita Gerusalemme in un capitolo in cui Luca raccoglie più insegnamenti che non esempi e fatti. Nella sezione precedente la parola che faceva da legame tra i diversi episodi era la parola avarizia, e il rapporto con le ricchezze; qui fa da legame tra i diversi insegnamenti la parola fede.
Il brano è divisibile in due sezioni. Una prima in cui gli Apostoli chiedono che sia aumentata la loro fere. La prima osservazione da fare è che la risposta di Gesù è rivolta a chi gli ha posto la domanda, ai dodici apostoli, e attraverso loro a tutti quelli che nella chiesa hanno un posto di responsabilità; a questi Gesù insegna lo stile del servizio, contrapposto al potere. La risposta è composta dal detto sul grano di senape e dall’esempio del servo mandato al lavoro e poi rientrato in casa. Il paragone del grano di senape è usato in Matteo per descrivere la realtà del regno, di fronte al possibile scandalo dei discepoli; qui lo scandalo potrebbe essere davanti a una realtà apparentemente insignificante come la fede, che è il contrario dell’arrogante affermazione di sé, piuttosto è il confidente abbandono di sé a un Altro. La fede si appoggia su un sentire umile di sé che permette di concepire la vita come servizio, e non come potere. E’ questo l’insegnamento che Gesù desidera dare ai suoi Apostoli, a chi esercita una responsabilità.
Dall’insieme delle letture oltre alle caratteristiche della fede possiamo ricavare una specie di identikit dell’apostolo, del servitore della Parola. E’ un uomo capace di sostenere l’attesa, vigilando nella notte, come Abacuc, custode fedele della promessa, che porta a Dio in forma di preghiera l o scandalo della storia e delle sue contraddizioni
E‘ un uomo che conosce l’apparente piccolezza e l’immensa potenzialità della sua fede, la sua forza di trasformazione, al sua capacità di farsi obbedire anche dalle leggi della natura.
E’ un uomo animato da uno spirito di forza e di intelligenza, di una carità prudente e che come sa sostenere l’attesa, sa portare il peso della testimonianza, sa essere compagno nella sofferenza e per il Vangelo. Si modella sugli insegnamenti ricevuti e custodisce il dono della chiamata. E con tutto questo si reputa servo inutile.
«Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili. Invece la tendenza, in noi tutti, è piuttosto al contrario: mettersi in mostra. Bassi, bassi: è la virtù cristiana che riguarda noi stessi» (Giovanni Paolo I, Allocutio, 6 settembre 1978) (segue)
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