Ez 33, 1.7-9; Rm 13, 8-10; Mt 18, 15-20
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Cari amici, vedo in voi le “sentinelle del mattino” (cf. Is 21,11-12) in quest’alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti. (San Giovanni Paolo II ai giovani 19 agosto 2000)
La correzione fraterna
San Giovanni Paolo II affidava ai giovani il compito di essere le sentinelle del mattino dell’alba del nuovo millennio. Al profeta Ezechiele qui è affidato un altro aspetto del compito della sentinella, non quello di annunciare il sole, ma l’avvisare del pericolo, solo che il pericolo o il nemico da avvistare nel caso della profezia del Cap. 33 di Ezechiele è Dio stesso, il quale però si fa nemico del popolo con il suo giudizio quando è il popolo ad avergli voltato le spalle. Arriva allora la parola di correzione affidata al profeta (I lettura) affidata alla chiesa (Vangelo) che è parola di amore (II lettura)
Davanti a questa sono possibili due scelte: accettare e cambiare, o non accettare, e trovarsi di fatto fuori dalla comunione. La Parola di IHWH rende la persona responsabile della vita dell’altro, e la stessa Parola accolta o rifiutata diventa portatrice di vita o di morte. Anche nel Vangelo abbiamo la descrizione di un codice penitenziale graduale, che san Benedetto riprende e svolge nella sua regola che è da leggere nell’insieme della Regola, come questi versetti sono da leggere alla luce di tutto il capitolo 18. Con il capitolo 18, infatti, entriamo nel quarto dei grandi discorsi che costituiscono l’ossatura di Matteo, il cosiddetto discorso ecclesiale. Di fatto vi troviamo le note caratteristiche della comunità cristiana. In primo luogo la chiesa, anticipo del regno, è fatta dai “piccoli” cui il Padre ama rivelare se e il Figlio; questi non sono da scandalizzare piuttosto tagliarsi via occhi o mano, ciascuno di essi merita tutta la sollecitudine del Padre che non vuole che nessuno si perda. L’esercizio della correzione fraterna nella chiesa è allora un esercizio di umiltà (riconoscersi piccoli) e di misericordia (essere portatori della misericordia e della volontà di salvezza del padre).
L’eventuale correzione prevede una gradualità a seconda dell’accettazione che trova: a tu per tu, se è sufficiente, con testimoni se è necessario allearsi a un’oggettività riconosciuta, davanti alla chiesa se c’è un’ostinazione sulle proprie posizioni. Dall’accettazione della parola che corregge dipende l’appartenenza piena alla comunione, così come il non ascolto porta con sé una lontananza. Il peccatore però rimane come pecorella smarrita oggetto preferenziale della cura del Padre.
I Versetti successivi riprendono per tutti i verbi che avevano descritto la tipicità del servizio petrino: “Legare e sciogliere”.
Ma il gesto ultimo che può ottenere la conversione del fratello è la preghiera comune in cui si avvera in modo permanente la Presenza del Signore dell’Emmanuele. “Io sono in mezzo a voi” è come l’affermazione che abbraccia il Vangelo di Matteo al suo inizio (1, 23, l’Annunciazione), alla fine (28, 20 l’invio in missione) e adesso al centro.
I Versetti della seconda lettura tratta dalla lettera ai Romani interpretano l’esercizio della correzione, sia nell’Antica che nella Nuova Alleanza, come un esercizio di amore, il debito, il dovere che si ha verso l’altro, come l’altro lo ha verso di noi, per la comune responsabilità del bene della comunione.
Ælredo nel suo trattato sull’amicizia pone la capacità di fare e ricevere una correzione, farla con umiltà, riceverla con pazienza, come le qualità che rendono possibile e vera l’amicizia cristiana:
«L’amico deve infatti entrare in simpatia con il proprio amico, essere condiscendente, sentire come suo il difetto dell’altro, correggere in modo discreto, facendo propri i sentimenti dell’altro. Lo deve correggere con la tristezza del volto, con parole che sanno di afflizione, anche con il pianto che interrompe le parole. L’altro non deve solo vedere, ma anche sentire che la correzione sgorga dall’amore, e non dal rancore. Se l’amico rifiuta una prima correzione, accoglierà almeno la seconda. Tu intanto prega, piangi, mostra un volto rattristato, ma conserva un affetto pieno di carità».
Dall’insieme di questo capitolo 18 allora possiamo trarre queste note essenziali della comunità cristiana, della chiesa:
- L’umiltà dei piccoli
- La volontà universale di salvezza del Padre
- La responsabilità reciproca
- La preghiera comune luogo della presenza di Cristo.
- Il perdono
E in questo insieme la correzione prende tutto il suo sapore di espressione di carità, verso l’amico e verso la verità. Anche san Benedetto nella regola dà ampio spazio al codice penitenziale (Cap 23-27) che pure termina con la preghiera come mezzo ultimo e più efficace:
«l’abate si regoli come un medico provetto, ossia, dopo aver usato i linimenti e gli unguenti delle esortazioni, i medicamenti delle Scritture divine e, infine, la cauterizzazione della scomunica e le piaghe delle verghe, vedendo che la sua opera non serve a nulla, si affidi al rimedio più efficace e cioè alla preghiera sua e di tutta la comunità per ottenere dal Signore che tutto può la salvezza del fratello» (RB 28,2-4).
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