Dt 26, 4-10, sl 90, Rm 10, 8,13, Lc 4,1-13
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Gesù è il nuovo Adamo, rimasto fedele mentre il primo ha ceduto alla tentazione (CCC 539)
Nel loro insieme le letture di questa domenica ci presentano un ripetuto atto di fede: nel Deuteronomio il credo del popolo di IHWH giunto nella terra promessa, nella lettera ai Romani il credo della Chiesa, atto di fede della Nuova Alleanza, e nel Vangelo, il racconto di Luca delle tentazioni, l’atto di fede del Figlio nella Parola del Padre. Ci fermiamo a guardare quest’ultimo fondamento di ogni nostro atto di fede.
Dopo essere stato investito dallo Spirito al Giordano Gesù, condotto dallo stesso Spirito di cui è colmo, si inoltra nel regno di Satana, nel deserto. Per 40 giorni Satana mette alla prova la consistenza della sua identità filiale e della coscienza della sua missione… Il popolo nel deserto aveva fallito. Il Figlio inoltrato nel deserto sa come resistere agli assalti di Satana, impugnando l’arma della Parola e mostrando così di essere l’autentico Israele, fedele a Dio. In Lui il popolo rinasce nuovo, rinasce come popolo di figli. Le tre tentazioni abbracciano tre dimensioni fondamentali della coscienza umana: i tre ambiti economico (pane) politico (regni) e religioso (adorazione). É la lotta quotidiana che avviene nel cuore di ogni credente, in cui tra il “rinuncio” e il “credo” si plasma la coscienza a immagine della coscienza filiale di Cristo.
Prima tentazione: trasformare le pietre in pani. La tattica di Satana consiste nell’approfittare di una reale situazione di bisogno/o di privazione. Gesù si sottrae a una falsa coscienza del suo essere figlio: non comanda, ma si fa obbediente; aderisce così pienamente sia alla sua natura divina, che alla natura umana assunta, sottomettendosi alla Parola del Padre, riconoscendo nel bisogno immediato (fame) il segno di un altro bisogno, più radicale e profondo (fame della Parola, fame di significato). Questa tentazione tocca la rinuncia alle cose esteriori, la privazione di cose, e anche il rapporto con quella realtà fisica che è il proprio corpo, nelle radici profonde dei bisogni vitali: l’istinto di nutrirsi, per conservare la vita, l’istinto di riprodurre la vita per darle continuità. Ma da dove vene la vita? Dal pane o dalla Parola?
La seconda tentazione è quella del potere politico, ottenere un potere sui regni della terra ricevendolo dal principe del mondo; in senso ampio sia per i cristiani sia per i consacrati si tratta di considerare la vocazione come una riuscita umana, una carriera, un’affermazione personale. Gesù veramente Figlio rifiuta di arrogarsi un potere che è solo del Padre. Possiamo riconoscerci vincitori con Cristo quando riusciamo a gestire il nostro bisogno di dominio nell’umile adorazione di Colui per il quale e dal quale sono tutte le cose. Possiamo invece riconoscerci sconfitti quando poniamo tutta la consistenza vocazionale nel ruolo che riceviamo, nei riconoscimenti dati o meno al nostro operato, nella riuscita o meno dei nostri progetti, e in genere della nostra vita nel suo insieme, quando trasformiamo il vasto campo dell’affezione umana non in libero e sincero dono di sé ma in ansioso controllo e possesso degli altri.
La terza tentazione, buttarsi dal pinnacolo del tempio equivale a mettere Dio alla prova, sfidarlo, come già il popolo fece alle acque di Meriba. Gesù rifiuta a un doppio livello: rifiuta di costringere il Padre a manifestare la sua potenza prima del tempo fissato: il Padre lo farà a suo tempo abbandonandolo alla morte per risuscitarlo al terzo giorno nella potenza della risurrezione. Rifiuta anche di chiedere un segno spettacolare; Cristo sceglie e segue la via della normalità, della pazienza dell’obbedienza. Opponendo alla tentazione l’arma della Parola vince l’ultima tentazione quella di impadronirsi non del potere del Padre (prima e seconda) ma del Padre stesso. É questa la tentazione di impadronirsi di ciò che è sacro, del “religioso” che diventa un’espressione di potenza come l’economico e il politico. Ma è anche a un livello più quotidiano e più a portata di esperienza, la tentazione della vanagloria, della riuscita del prestigio basato sull’apparire.
Tre tentazioni all’inizio del ministero di Gesù che lo accompagneranno fino alla fine. Tre tentazioni che toccano tre ambiti fondamentali dell’esperienza umana. La prima, il dominio dell’avere; la seconda, il potere, la terza l’apparire. L’alternativa è quella tra una filialità che si impadronisce del potere del padre e lo gestisce in proprio (come l’uomo moderno tende a fare) e una filialità che trova la sua consistenza nel riceversi continuamente dalle mani e dalla volontà del Padre cui deve la sua identità, al quale risponde nella sua missione. (segue)
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