La prostrazione

La prostrazione

La prostrazione, il distendersi nel presbiterio con la faccia a terra, vale come segno drammatico d’umiltà e di dedizione. Con questo gesto può venir espressa anche una richiesta fervorosa di esaudimento di una preghiera. (Nel nostro tempo) per il monaco la prostrazione nel corso del consueto anno liturgico c’è solo una volta, e precisamente alla venerazione della croce il venerdì santo. Altre occasioni sono più rare e connesse con l’assumersi di responsabilità gravi, come l’ordinazione abbaziale, presbiterale o diaconale, come anche la professione solenne e quella temporale, e pure (in raduno privato) durante la cerimonia della vestizione. Nella liturgia odierna non c’è mai una prostrazione comune, alla quale partecipi tutta la comunità unita.

L’immagine (soprastante) di un giornale austriaco dell’XIX secolo mostra una rappresentazione popolare di una comunità di trappisti che pratica insieme la prostrazione. Si impone la domanda se l’immagine non tenda  a rendere il fatto in modo romantico fino alla caricatura, o se i trappisti praticavano così quest’usanza. Cosa facevano i confratelli che stavano nei stalli posteriori? E qual era l’occasione? Si faccia attenzione al fatto, che in questo disegno del romanticismo le mani dei monaci sono piegate davanti al petto e non distese in forma della crocifissione come oggi si vede ogni tanto.

Traduzione italiana dell’articolo originale pubblicato in tedesco il 31 gennaio da P. Alkuin:

http://cistercium.blogspot.it/2017/01/die-prostratio.html

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