La banalità del bene

Editoriale di La Scala – n. 3/2016

 

La filosofa ebrea Hanna Arendt (1906-1975) pubblicando in volume le sue considerazioni sul processo ad Adolf Eichmann, dette loro il titolo Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male. Il libro vide la luce in lingua italiana col titolo, forse più pertinente, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme. Eichmann era stato membro delle SS ed ebbe un ruolo organizzativo determinante nelle deportazioni degli ebrei nei campi di sterminio; fu scovato, rapito, processato e condannato a morte (1962) dallo Stato di Israele, dopo che era riuscito a rifarsi una vita in America Latina, come altri ex-nazisti, in seguito alla fine della seconda guerra mondiale.

Come si sa, il fortunato titolo del libro della Arendt ha segnato un’epoca, cogliendo in modo folgorante non solo il personaggio Eichmann, ma un cliché comportamentale applicabile a molti tedeschi negli anni del nazismo. In quest’uomo mediocre, di basso livello culturale, inconcludente nella vita, senza spirito di iniziativa, sottomesso e timoroso, privo di vera cattiveria (non riusciva a sopportare una scena di tortura), il male più feroce – come quello espressosi nella Shoà – sembrava perdere i suoi tratti malefici e cinici, per assumere il volto di un timido incapace di idee e decisioni proprie, incapace perfino di un po’ di astuzia nel difendersi (come nel processo apparve chiaro) e desideroso di compiacere per sentirsi accettato e apprezzato. La diagnosi relativa anche ad altri gerarchi di primo piano del regime nazista, secondo la Arendt, coglieva nella stupidità la nota comune della loro personalità.

Ecco la banalità del male! Nei meccanismi  atroci  di  una macchina di sterminio di massa  si  era  annidata,  come  condizione del suo funzionamento, il lubrificante della debolezza, della viltà, dell’ignoranza, più che la malvagità calcolata e astuta che ci si sarebbe aspettati. Da qui un senso di sconcerto e smarrimento forse ancora più abissale dell’orrore che può suscitare la crudeltà lucida e deliberata. Il criminale che si compiace del male è più comprensibile per la ragione, e condannabile per la giustizia, di quanto non lo sia un tipo umano come Eichmann, nel suo grigiore e nella sua insignificante labilità. E soprattutto fa più paura, a ben vedere, perché ci avverte che ogni debole mediocre può divenire, oltre ogni immaginazione, uno strumento malleabile per l’adempiersi di disegni disumani.

A questo punto il pensiero potrebbe anche rovesciarsi e supporre un pericolo simmetrico, di segno opposto, ma dagli esiti non meno nefasti, nel lungo periodo. Non potrebbe esistere anche una “banalità del bene”? Ed essa non è forse in buona misura già presente fra noi? Anche il bene e la bontà possono subire un processo di banalizzazione, quando non si scorge più la loro netta differenza dal qualunquismo che accetta e tollera tutto, sorvolando bonariamente su deviazioni sempre più gravi. Il bene, per realizzarsi, e la bontà, come esercizio del bene, hanno bisogno della virtù, parola che viene dal latino e significa “forza”. Non è virtù, però, il silenzio acquiescente davanti a forme di vita disordinata, l’assuefazione all’immoralità che diventa costume, la compassione che finisce per diventare connivenza. Purtroppo molti pensano, oggi, che essere buoni consista nel tollerare benevolmente, senza rimproveri o denuncie. Ma non si può ricorrere sempre al condono e sostituirlo al perdono, che richiede comunque il riconoscimento e la condanna dell’errore commesso. Non si può “integrare tutto e tutti”, come qualcuno vorrebbe, senza al tempo stesso denunciare con chiarezza ciò che contrasta con la bontà e la giustizia. Se ciò non accade, il bene si banalizza, perché tende a non distinguersi più dalla complice assoluzione del male. A un certo grado la tolleranza, sotto il manto della bontà, diventa impercettibilmente assenza di una coscienza capace di distinguere fra bene e male.

Facciamo qualche esempio su scala più larga. Il dilagare  della piaga della corruzione, mostra l’affievolirsi del senso dell’onestà in modo trasversale, a tutti i livelli, dal piccolo commerciante al grande imprenditore, dal politico al monsignore. La legge punisce, certamente, questi reati, ma la legge è sempre più lontana dalla realtà e questa dalla legge. L’aborto, che altro non è che omicidio, non fa più notizia, anzi è un diritto! Il consumo di stupefacenti è un fenomeno che tocca l’impiegato e lo studente, il delinquente e la casalinga, il frequentatore di discoteche e il parlamentare. Chi non ha tra i suoi colleghi, conoscenti o parenti qualcuno che ne fa o ne ha fatto uso, almeno sporadico? Divorzi e separazioni sono una piaga sociale: si calcola che ormai in Italia ci si avvicini al 50% di fallimenti matrimoniali. Anche di questo non si fa gran caso, ormai. Le convivenze, le semi-convivenze o il cosiddetto “sesso facile”, sono diventati così normali, nel senso di ordinari, da lasciare del tutto indifferente l’opinione pubblica. Il “fidanzamento” è ormai un reperto archeologico, una curiosità di cui può occuparsi al massimo l’antropologia culturale. Anche i cosiddetti “credenti praticanti” non si discostano molto da questa mentalità media. Cos’è in fondo peccato e cosa non lo è? Nella “società liquida”, anche il peccato è diventato “liquido”, indeterminato nei suoi contorni.  [segue]

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