Guillaume Jedrzejczak, Omelia per la Dedicazione della Chiesa di Valserena 2016

1 febbraio 2016

Is 56,1.6-7; 1 Cor 3,9-11.16-17; Lc 19,1-10.

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Nel capitolo settimo della Regola, San Benedetto ci dice che per salire, si deve scendere. In un certo senso, il suo capitolo riprende il brano del vangelo che abbiamo appena ascoltato con la storia di Zaccheo. Per incontrare Gesù e accoglierlo a casa sua, Zaccheo ha dovuto lasciare il posto dove era salito, per dominare la situazione e vedere meglio, e scendere tra gli altri uomini. E questo movimento di discesa corrisponde molto bene alla realtà profonda della vocazione monastica. È solo quando diventiamo umani, solo umani, semplicemente umani, che siamo veramente vicini a Gesù!

Infatti, se il Verbo di Dio è sceso nella nostra umanità, non è solo per rivelarci chi è Dio, ma anche per insegnarci a diventare veramente umani. Questo può sembrarci un po’ strano, perché siamo convinti di sapere cosa significa essere uomini! Ma non è vero. L’immagine che abbiamo della nostra umanità è spesso deformata e sbagliata. Da una parte viviamo nell’illusione che il peccato non c’è più, e dall’altra viviamo nella disperazione di non poter mai progredire! Questi due modi di vedere le cose sono erronei. La realtà è molto più bella. Ce lo rivela il vangelo di oggi.

Zaccheo ha incontrato Gesù non salendo, ma scendendo, non mettendosi sopra, ma accettando di essere con gli altri. E così ha capito tutto ciò che lo allontanava da Dio. Non si è accontentato di ricevere questa rivelazione, ma ha anche accettato di cambiare vita, di convertirsi, di rendere il bene per il male che aveva fatto. Questo cammino di conversione di Zaccheo è per noi una testimonianza. Zaccheo ha ascoltato, ha capito, ha risposto e ha agito. L’esperienza della misericordia di Gesù ha risvegliato nel suo cuore la sua misericordia per i suoi fratelli. Chi non ha sperimentato la misericordia non può provare misericordia per gli altri!

La comunità monastica, cioè la piccola Chiesa di Valserena come dicevano i Padri cistercensi, è chiamata a diventare la casa della misericordia, cioè la casa nella quale si fa l’esperienza della misericordia di Dio e dell’Ordine, come dice la formula della professione. I Padri cistercensi insistevano sul fatto che la comunità monastica è prima di tutto la scuola della carità, cioè una scuola dove si impara ad amare. Ma per imparare, bisogna scendere giù e riconoscere, come Zaccheo, che non sappiamo cosa significa amare. Per imparare, bisogna diventare discepolo. Chi crede di essere maestro e di sapere, chi si mette sopra e giudica sempre gli altri, non impara mai niente, perché ignora la propria ignoranza!

Zaccheo ci insegna, dunque, che l’unica disposizione necessaria per entrare in questa scuola dell’amore e della misericordia è questa disponibilità ad ascoltare, a imparare. San Benedetto la chiama umiltà. Altri la chiamano “l’arte di diventare discepoli”. Non importa, perché il significato è sempre lo stesso, cioè aprire il cuore e la mente all’altro di me. Chi non impara non cresce! E chi non cresce torna indietro, come diceva San Bernardo. E più si va avanti, più si scopre la propria ignoranza, più si sa che non sappiamo nulla e che dobbiamo imparare in questa scuola della carità che è la comunità, la nostra Chiesa monastica.

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