Guillaume Jedrzejczak, Omelia della Domenica di Pasqua – 2016

At 10,34a-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9.

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La pietra, i teli, il sudario sono i tre segni che lasciano capire ai testimoni che qualcosa di inaudito è successo. Maria di Màgdala ha visto la pietra tolta dal sepolcro. Giovanni ha visto i teli posati là. Simon Pietro ha osservato i teli e il sudario. Tre elementi materiali che non hanno nessun significato in se stessi, ma che sono indici molto chiari che qualcosa di particolare è successo. La pietra era il primo segno che la tomba era stata aperta. La visione dei teli suggeriva che il corpo di Gesù era stato spostato. Ma la disposizione del sudario, che era stato sul capo di Gesù, avvolto a parte, prendeva un significato speciale, perché era stato messo altrove con una certa cura. Tutti questi elementi supponevano che non erano né i soldati, né delle persone ostile che avevano trasferito il corpo.

Dopo la sorpresa e lo stupore, viene il tempo delle domande. Maria di Màgdala pensava che fossero dei nemici che avessero portato via il Signore dal sepolcro. Pietro osserva e rimaneva senza voce. Giovanni, l’altro discepolo, cominciava invece a interpretare i segni. Il vangelo ci dice che “vide e credette”. Con questi tre personaggi, che sono i simboli delle tappe del camino della fede, l’evangelista vuole farci capire che credere nella Risurrezione suppone sempre una scoperta progressiva e tutto un lavoro interiore che richiede una certa conoscenza della Scrittura. Queste osservazioni diventano dei segni perché sono legate a una fonte più antica e più sicura che permette di interpretare ciò che suggeriscono.

Passare dalla semplice constatazione dei dati obiettivi alla fede suppone, dunque, un lavoro interiore di comprensione: “infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura”. Ma in questo processo, da una parte, sono le Scritture che illuminano i fatti, ma dall’altra parte sono i fatti che danno consistenza a brani delle Scritture che rimanevano senza significato fino a questo momento. La profezia può essere riconosciuta come tale solo quando succede il fatto che spiega un testo che era sempre stato misterioso prima, privo di significato. E il fatto diventa segno perché risveglia, nella memoria di colui che ha meditato a lungo le Scritture, il senso profondo che il testo sembrava voler nascondere fino a questo momento. È proprio questa illuminazione reciproca che fa senso.

Ma questo lavoro di comprensione non suppone solo la conoscenza dei dati e delle Scritture. L’evangelista ci lascia indovinare che ci vuole qualcosa in più. Difatti, se è “l’altro discepolo”, il “discepolo che Gesù amava”, che capisce più presto degli altri, è perché la sua vicinanza con Gesù ha risvegliato nel suo cuore una capacità che manca ancora agli altri. L’amore sviluppa un tipo di comprensione che l’intelligenza non riesce a attingere. Ci vuole questa conoscenza più intima, più sensibile, più profonda perché questi piccoli segni cominciano a parlare. Chi non ama non vede, ma chi crede già vede molto di più. Questa logica della conoscenza spirituale, che vede aldilà di ciò che si vede abitualmente suppone una lunga convivenza con il Signore. Ci vogliono ore di presenza silenziosa e di complicità profonda per capire il più piccolo segno, il gesto più impercettibile. Solo l’amico dello Sposo può percepire la gioia dello Sposo, solo lui può indovinare che è sempre vivo!

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