At 5, 27b-32.40b-41; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19.
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La fede cristiana non è fondata sulla saggezza umana, sui ragionamenti della filosofia. Non è neanche fondata su una legge che si deve compiere per incontrare Dio. Ma è fondata sulla testimonianza di quelli che hanno incontrato il Signore risorto, che hanno veduto, che hanno sentito la sua parola. La fede cristiana è fondata proprio sulla testimonianza di quelli che hanno creduto. E di questa catena di credenti, facciamo parte anche noi, come Pietro nella prima lettura e come Giovanni nel brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato.
Ma due altre caratteristiche della fede cristiana ci sono rivelate nel brano del vangelo di Giovanni che abbiamo appena udito oggi. La prima è legata alla situazione dei discepoli. Non sono dei professionisti della meditazione e dello studio, come lo erano i filosofi antichi o i maestri del giudaismo. Non passano le loro giornate a scrutare i libri e la saggezza dei secoli passati. Giovanni ci dice che stanno lavorando nella barca. Sono gente comune con occupazioni comuni, senza pretesa alcuna. Non cercano Gesù, ma è Lui che viene loro incontro, proprio nel loro lavoro quotidiano. Così si capisce meglio che la loro esperienza, e dunque la loro testimonianza, non è frutto di una costruzione umana. Hanno visto, hanno udito, hanno toccato, e per questo hanno creduto.
La seconda caratteristica della fede dei primi cristiani, dopo il luogo dell’esperienza è proprio la personalità dei testimoni. Pietro non è un modello di coraggio e di fedeltà. La triplice domanda del Signore: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?” ricorda chiaramente il triplice rinnegamento di Pietro. Gesù non sceglie il più bravo, il più devoto, il più santo per testimoniare e condurre la comunità. Gesù sceglie una persona ordinaria, con i suoi limiti, i suoi difetti, i suoi peccati. Gesù lo sa, ma anche Pietro e la comunità lo sanno. Pietro è un povero, come noi, ma ha visto il Signore. Se vive e muore in modo eroico, non è perché è un eroe, ma perché Gesù gli ha dato il suo Spirito Santo.
Abbiamo spesso una visione idealizzata, e dunque falsa, della prima comunità cristiana e dunque della Chiesa. Desideriamo che la Chiesa sia composta di uomini e donne santi, con tante virtù. Ma non è così. La Chiesa è santa, certo, perché è il corpo di Cristo che è la nostra santità. Ma noi, tutti noi, laici religiosi, sacerdoti, tutti noi siamo peccatori, ma peccatori perdonati. La verità del messaggio non dipende dalla santità di quelli che lo portano. Siamo soltanto testimoni della Bontà, dell’infinita misericordia di Dio. Prima per noi. E per questo possiamo proclamare che Dio ama tutti gli uomini, perché ne abbiamo fatto noi l’esperienza.
Come per gli Apostoli, i nostri limiti, la nostra povertà non sono un ostacolo. Così si vedono meglio la grandezza e la verità del messaggio, nella debolezza del messaggero. Questo non significa che il messaggero non è importante. Dobbiamo certo vivere ciò che proclamiamo. Ma dobbiamo anche capire che la grazia di Dio è più potente delle nostre miserie. Siamo, come dice Paolo, il vaso che contiene il profumo, la lampada che porta la luce. Non siamo la luce. Ma è Lui la nostra luce.
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